Verso il Giubileo, di Giuseppe Lorizio, edito su ROMA SETTE DOMENICA 1 OTTOBRE 2023

Come posso avere un Dio misericordioso?» è la questione di fondo che Papa Benedetto XVI attribuiva a Martin Lutero. L’esperienza della misericordia nel contesto cattolico si vive nel sacramento della riconciliazione. Di qui la domanda: se così è perché invocare il dono dell’indulgenza? Non si rischia così di sminuire l’efficacia del sacramento? La costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina, promulgata nel 1967 da Paolo VI ci aiuta a rispondere a questa fondamentale domanda introducendo la distinzione fra peccato (= colpa) e pena: «È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene infinite dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà» (n. 2). Se dunque nel sacramento sperimentiamo la misericordia di Dio in rapporto ai peccati commessi, la prassi delle indulgenze radicalizza il perdono applicandolo anche alle pene che il peccato richiede, perché sia fatta giustizia. E tutto ciò sempre nell’orizzonte della grazia. L’esperienza del cristiano sarà dunque quella di un Dio misericordioso che è anche indulgente. Di qui alcune importanti conseguenze. In primo luogo, il dono dell’indulgenza si radica nel sacramento, senza il quale sarebbe privo di senso. In secondo luogo, i gesti richiesti perché tale dono possa essere ricevuto non costituiscono dei meriti che costringerebbero Dio a rimettere le pene che invece abbiamo meritato con le nostre colpe, piuttosto ci fanno comprendere che la gratuità della grazia è “a caro prezzo” e non la si può pretendere né ricevere superficialmente. Infine, l’aspetto che maggiormente mi intriga di questo assunto della dottrina consiste nella “comunione dei santi” che essa esprime. E questo non solo perché, come abbiamo visto, l’esperienza del Dio indulgente si vive nella comunità, ma anche e forse soprattutto perché possiamo invocare la remissione delle pene anche per i fratelli che ci hanno preceduto nel regno dei cieli. E possiamo inoltre, ma non secondariamente, attingere al dono attraverso l’intercessione di Maria e dei santi: «Appartiene inoltre a questo tesoro [della Chiesa] il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico» (Indulgentiarum doctrina, n. 5). Poter sperimentare l’indulgenza di Dio fa sì che ciascuno possa vivere il Giubileo, come profondo momento di conversione personale e comunitaria e che quindi ritorni al proprio quotidiano rinnovato nello spirito con la consapevolezza di aver avuto accesso al volto del Dio misericordioso e indulgente.
