Qual è il posto della “scienza di Dio”?

Anticipazione dell’articolo di Giuseppe Lorizio che uscirà martedì 7 novembre su Luoghi dell’Infinito. (edito su Avvenire di Sabato 4 Novembre)

Il titolo di dottore investe la forma del “sapere credente”, tra dimensione personale e comunitaria

La Chiesa non è identificabile con una istituzione universitaria deputata a conferire titoli accademici, al vertice dei quali si situa il “dottorato”. Eppure, a partire dal 1298, Bonifacio VIII, che due anni dopo avrebbe promulgato il primo giubileo, ha introdotto l’uso di attribuire ad alcuni santi la denominazione di Dottore della Chiesa. Giova allora interrogarsi circa il senso di tale attribuzione. Esso affonda le sue radici nello stesso atto di fede, che implica il coinvolgimento di tutta la persona (volontà, affettività, conoscenza) e quindi possiede una innegabile dimensione intellettiva. Lo sviluppo di tale aspetto nella forma del “sapere credente” è dato dalla teologia. In tal senso, se ogni credente può essere chiamato teologo, nella misura in cui riflette sulla propria fede, ci sono persone dotate di un carisma particolare, che può diventare “ministero”, e che san Paolo denomina “maestri” o “dottori” (il termine greco è didáskalos): «Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?» (1Cor 12, 28-30). Siamo allora di fronte a figure di santità che in epoche e situazioni diverse aiutano ad approfondire la comprensione dei misteri della fede e offrono, soprattutto con i loro scritti, elementi di riflessione a tutti noi. La tipologia di tali personaggi è piuttosto varia. In ogni caso, per quanto rappresentato, il mondo accademico non risulta prevalente nella dinamica della proclamazione dei Dottori della Chiesa e questo perché non si tratta tanto di canonizzare la dimensione propriamente scientifica della teologia, bensì di valorizzarne l’attitudine sapienziale. Tale prospettiva risulta oltremodo evidente se si considerano le quattro figure femminili che portano questo titolo. Pertanto, senza demordere sul versante del rigore e dell’impegno richiesti da una vera e propria scienza, quale appunto la teologia vuole e deve essere, bisogna altresì − e a questo la richiamano i Dottori della Chiesa − che sia capace di trascendere e inverare tale dimensione in un sapere che sappia parlare non solo alla mente, bensì anche al cuore e alla volontà dell’uomo. Se tale necessità di fatto sembra dover caratterizzare ogni settore del sapere scientifico, essa risulta davvero inderogabile e imprescindibile per la scientia fidei. Già a suo tempo il grande Goethe aveva espresso col genio poetico che gli è proprio l’insufficienza delle conoscenze meramente scientifiche: «E le ho studiate − dice Faust −, ah! filosofia, / giurisprudenza e medicina / − e anche, purtroppo, teologia − da capo a fondo, con tutto l’ardore. / Povero pazzo: e ora eccomi qui / che ne so quanto prima». E se la sua provocazione può sembrare lontana dalla nostra situazione, non così, almeno credo, l’irriverente, irritante e irrispettosa parodia del teologo tedesco presente nel testo di Manlio Sgalambro, che il cantautore Franco Battiato ha posto a conclusione del suo album intitolato L’ombrello e la macchina da cucire, dove il professore di teologia viene descritto alla stregua di un chirurgo che col suo bisturi osa sezionare e analizzare l’assoluto, dimenticando l’insieme che solo uno spirito di sapienza può cogliere e percepire.

Queste parodie non ci lasciano indifferenti, e comunque indicano la necessità dell’inclusione della scienza nella sapienza, a condizione che il passaggio non avvenga frettolosamente e non costituisca una sorta di alibi per poter abbassare il livello e la qualità degli studi in nome appunto della loro sublimazione spirituale o addirittura mistica. Il sapere nesciente è comunque un sapere, la dotta ignoranza è comunque dottrina, ne andrebbe dell’autenticità stessa di quella dimensione e formazione spirituale che pur si intende salvaguardare. È all’interno di questa feconda inclusione che va reimpostato il rapporto fra cogenza pratica e valenza speculativa del sapere teologico, in quanto la sapienza denota un sapere orientato alla vita e che non perde di vista il vissuto personale e comunitario di chi lo esercita e di coloro ai quali viene comunicato: «Il filosofo − scrive il pensatore ebreo Franz Rosenzweig − deve essere di più che la filosofia. Noi dicevamo: egli deve essere uomo, carne e sangue. Ma non basta che egli sia soltanto questo. In quanto carne e sangue che egli è, deve pronunciare la preghiera delle creature, la preghiera rivolta al proprio destino, quella appunto in cui inconsapevolmente la creatura si professa creatura. La sapienza, che abita in lui, nella sua carne e nel suo sangue, è Dio che gliel’ha impartita creandolo, come frutto maturo è appesa all’albero della vita. E il teologo deve essere più che la teologia. Noi dicevamo: egli deve essere veritiero, deve amare Dio. E non è sufficiente che lo faccia per sé solo, nella sua cameretta. Come l’amante solitario, che egli è, deve esprimere la preghiera dei figli di Dio, la preghiera della comunità timorata di Dio [che per Rosenzweig è la preghiera di Mosè], nella quale egli si professa consapevolmente membro del suo corpo immortale. La sapienza che abita in lui, nel suo cuore pieno di venerazione, è Dio che l’ha destata in lui con la rivelazione del suo amore; essa, come scintilla accesa di luce eterna, procede ora dalla sua bocca, che è pronta a lodare Dio nelle assemblee liturgiche».

Inoltre, sarà sufficiente apprendere dalla lezione che promana dalle figure di santità cui viene attribuito il titolo di Dottore quanto già Tommaso d’Aquino esprimeva, allorché affermava che la sacra dottrina, la teologia, è un sapere derivato dalla scientia Dei et beatorum e come tale va esercitata nella comunità credente: «E in questo modo la dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati. Come quindi la musica ammette i princìpi che le fornisce la matematica, così la dottrina sacra accetta i princìpi rivelati da Dio» (Summa Theologiae I,1,2c).

L’incontro con i Dottori della Chiesa consente di attuare quell’idea di “sapienza”, di cui la Scrittura stessa è portatrice e alla quale ci richiama con forza il beato Antonio Rosmini, quando scrive che non gli sembra «degna del titolo di Sapienza quella conoscenza che nulla opera sul cuore umano e che, quasi inutile peso, ingombra la mente dell’uomo mortale, senza accrescergli i beni, senza diminuirgli i mali, e senza appagare o consolare almeno di non menzognera speranza i perpetui suoi desideri». Inoltre, l’attenzione alla prospettiva sapienziale di fondo può consentire alla teologia attuale il superamento di quella deprecabile “frammentazione” del sapere, che un’esasperata parcellizzazione delle specializzazioni e delle competenze spesso impone.

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