Quando le frontiere diventano porose

Di Pina de Simone, Editoriale di Dialoghi 2024/1 Dalla metafisica all’ermeneutica; Nel segno della cura del bene; Elogio della porosità: sono tre testi recentemente pubblicati.

Ad accomunarli è il loro nascere da storie di ricerca e di insegnamento (quelle di Piergiorgio Grassi, di Luigi Alici, di Giuseppe Lorizio); da un intenso lavoro di interrogazione e di approfondimento portato avanti nel tempo in una capacità di tessere coinvolgimenti ampi, di aprire percorsi, di mettere in circolo intuizioni e idee quanto mai feconde.

Se volessimo indicare la cifra che caratterizza queste storie, potremmo dire che è sicuramente nella interconnessione e nel dialogo a tutto campo.

Lo si coglie assai bene nel titolo del libro in onore di Giuseppe Lorizio: Elogio della porosità. La porosità viene qui presentata come connotazione propria di una teologia che

Continua a leggere “Quando le frontiere diventano porose”

“Dune” (2): il duro cammino nel deserto

Tutti fermi di fronte al cinema di Villeneuve che ipnotizza! Maestoso. Lunghi silenzi, dialoghi circostanziati, musiche solenni, una fotografia essenziale. Personaggi la cui sagoma si aggiunge al profilo di una duna controluce, ai riflessi dell’acqua custodita nelle profondità dei rifugi Fremen, o ancora i primi piani dei martellatori che battono il tempo e richiamano i vermi giganti a far piazza pulita degli Harkonnen che si avventurano nel deserto. Spettacolo! Cosa fa la differenza in questo cinema oltre all’effetto wow che rallenta la masticazione del pop corn? continua a leggere di Marco Staffolani, su settimananews.it 14 Marzo

I doni della fede, le omelie di Tommaso d’Aquino

Nella quaresima del 1273, Tommaso d’Aquino si trovava a Napoli, dove tenne una predicazione in San Domenico Maggiore, commentando la professione di fede e altri elementi fondamentali quali il “Padre nostro”. Le omelie venivano pronunziate, secondo quanto affermato da uno dei suoi biografi Guglielmo da Tocco, in dialetto napoletano, lingua che l’Aquinate avrebbe appreso da sua madre di origini partenopee.

Il maestro di sacra dottrina, proveniente da Parigi, iniziava la sua pedicazione invitando a riflettere sui doni del credere, che raggiungono tutti noi. Il primo di essi è il matrimonio dell’anima con Dio, secondo la metafora sponsale che la Scrittura ci offre soprattutto nel profeta Osea. Infatti, nella fede, l’umanità diventa con-sorte della divinità. E tale rapporto coniugale è indissolubile, come il matrimonio sacramentale fra uomo e donna. Ed è proprio in questa prospettiva che la Chiesa, fedele alla Parola di Dio scritta e alla Tradizione, ritiene il matrimonio sacramento, ossia segno dell’unione fra le alterità rappresentate dal maschile e dal femminile e non potrà mai ritenere sacramentali i rapporti omogenei fra uomini o fra donne. E questa scelta fondamentale, se letta al riparo dai pregiudizi ideologici, non può certamente offendere nessuno, tanto meno i fratelli e le sorelle omosex.

Il secondo dono che la fede ci porge è la vita eterna, per cui tale condizione non è solo quella che ci attende dopo la morte, bensì in fase iniziale ed incipiente è già vissuta dal cristiano. In questo senso i momenti del vissuto che stiamo abitando sono già eterni e quindi paradisiaci o infernali, nella misura in cui siamo in armonia con Dio, noi stessi, gli altri e il mondo o, al contrario, viviamo lacerazioni profonde che ci gettano nell’angoscia esistenziale, che rende insopportabili le nostre giornate. Eterna è l’altra vita, quella dopo la morte, ma anche quella attuale che sperimentiamo nello spazio-tempo che ci è donato.

Infine, la fede orienta la nostra esistenza, per cui Tommaso ci dice che una vecchietta magari ignorante che crede e vive secondo Cristo, ne sa più di tutti i filosofi prima di Lui. Evidentemente il dotto predicatore aveva davanti agli occhi le vecchiette che in prima fila erano venute ad ascoltarlo e leggeva nei loro guardi una fede semplice tale da disarmare ogni teologia e ogni filosofia. In questa prospettiva la possibilità di vincere il male è data soltanto dalla grazia che viene a sostenere la nostra fragilità e di cui la fede e foriera.

Il dottore angelico non manca inoltre di rilevare il fatto che per quanto un filosofo si sforzi di penetrare l’essenza delle cose, non potrà mai giungere a comprendere neppure la natura di una mosca. C’è dunque sempre una soglia invalicabile che pone un limite alla nostra ragione e al nostro sapere, in quanto la pretesa di conoscere il tutto, ovvero l’essenza delle cose, conduce al totalitarismo come insegnano le vicende della modernità compiuta e degli assolutismi che hanno prodotto soltanto violenze e discriminazioni.

Esplorare i contesti scomodi, … la porosità a confronto con la morte e la tecnica.

Articolo di Marco Staffolani sul SIR 6 Marzo 2024

[…] La sfida teologica consiste nel credere alla “porosità” dell’evento cristiano, il quale può rivelare il suo incanto e la sua bellezza anche o proprio quando sembra aver raggiunto la scadenza, quando appare incapace di nutrire l’esistenza, quando è finalmente libero di diventare altro… continua lettura

La teologia “porosa” come chiave di lettura

La teologia “porosa” come chiave di lettura… su Romasette di Michela Altoviti 29 Febbraio 2024

Etimologicamente, “che consente un passaggio”, conducendo al di là, dunque. Questa è la teologia “porosa” alla quale ha cercato di guardare nella sua attività e con la sua produzione monsignor Giuseppe Lorizio, direttore dell’Ufficio diocesano per la cultura e già docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, a cui, in occasione dei suoi 70 anni, è stata dedicata la miscellanea di studi “Elogio della porosità. Per una teologia con-testuale”, presentata ieri sera, 28 febbraio, nella sede dell’editore Studium, a due passi da piazza Cavour. continua lettura