Epoca del disorientamento, la bussola della rivelazione

La domanda che ci ha guidato nell’Epifania si può così formulare: come possiamo orientarci nel tempo del disorientamento e della notte del mondo? Chi o cosa guida il pellegrino nel viaggio verso la porta santa? La parola anzi la voce può compiere il miracolo dell’orientamento, per cui non ci perdiamo e non periamo. Si tratta di una voce che si ascolta, ma anche che, in quanto destinata ad orientare, addirittura si vede: «Il popolo vide la voce» (Es 20,18) e il narrante si volta per “vedere la voce” (Ap 1,12). «L’espressione – scriveva l’alessandrino Filone – è altamente significativa. La voce umana è fatta per essere ascoltata, ma la voce di Dio è verità che dev’essere vista. Per quale motivo? Perché ciò che Dio pronuncia non sono parole, ma opera, che l’occhio discerne meglio dell’orecchio».  Il tentativo, rischioso e affascinante di far dialogare Atene e Gerusalemme, la cultura dell’ascolto e della parola con quella della visione e del concetto, conserva ancora una sua validità, a causa della perenne ansia che abita chi lo ripropone, senza rassegnarsi di fronte al dilemma di inquietanti e fallaci alternative. Il nostro tempo è il tempo della povertà, ed è diventato tanto povero da non avvertire la mancanza di Dio come mancanza: «La mancanza di Dio significa che non c’è più nessun Dio che raccolga in sé, visibilmente gli uomini e le cose, ordinando in questo raccoglimento la storia universale e il soggiorno degli uomini in essa. Ma nella mancanza di Dio si manifesta qualcosa di peggiore ancora. Non solo gli Dei e Dio sono fuggiti, ma si è spento lo splendore di Dio nella storia universale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero» (così Martin Heidegger).  Nella postmodernità si realizza e si esprime in termini eclatanti quel fenomeno della “perdita del centro”, che Hans Sedlmayr aveva così efficacemente descritto, assumendo come sintomo dell’epoca il messaggio proveniente dalle arti figurative degli ultimi due secoli e che Oswald Spengler aveva, con espressione felice e coraggiosa, denominato “tramonto dell’Occidente”. L’epoca del disorientamento registra come propria componente non marginale e non meramente epistemologica la frammentazione del senso e del sapere che in esso si produce. Come scrive la Fides et ratio: «E’ da osservare che uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella “crisi del senso”. I punti di vista, spesso di carattere scientifico, sulla vita e sul mondo si sono talmente moltiplicati che, di fatto, assistiamo all’affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere» (n. 81).  In questo contesto di “disperazione epistemologica” e di “dispersione antropologica”, un messaggio particolarmente illuminante le tenebre della notte del mondo è quello che promana dall’espressione che Franz Rosenzweig ha adottato come leitmotiv della propria riflessione e Giovanni Paolo II ha incastonato nella Fides et ratio (n. 15): «Si tratta del mio punto di Archimede in filosofia, che cercavo da lungo tempo […]. Rivelazione è orientamento. Dopo la rivelazione nella natura c’è un “alto” e un “basso”, reale, non più relativizzabile: “cielo” e “terra” […] e nel tempo c’è un “prima” e un “dopo”, reale, stabile. Quindi nello spazio naturale e nel tempo naturale il centro è sempre il punto in cui io in quel momento sono; nello spaziotempo-mondo rivelato il centro è invece un punto fisso inamovibilmente, un punto che non sposto se io stesso mi trasformo o mi allontano: la terra è il centro del mondo e la storia universale si estende prima e dopo Cristo». Detto anzi scritto da un pensatore ebreo non è poco!

Una teologia «porosa»

Una teologia «porosa» riconosce che la realtà stessa è intessuta d’una stoffa intricata, alle volte «bucherellata», soggetta a molteplici interpretazioni, scivolosa e inafferrabile, anzi, chiaramente sottoposta alla contraddizione di trame e rotture di trame, per cui solo accettando il paradosso se ne può venire a capo, o meglio, si riesce ad attraversarla vedendo attraverso e oltre i buchi… continua la lettura di Marco Staffolani su Settimananews.it 11 Gennaio, recensione sul volume elogio della porosità

Dibattito. Filosofia e teologia in crisi? La soluzione è un reciproco sostegno –

Cari amici, dopo gli auguri, ecco nuova cultura:
Pubblichiamo alcuni passaggi del contributo di Adriano Fabris al volume Elogio della Porosità. Per una teologia con-testuale, miscellanea di studi per Giuseppe Lorizio curata dai teologi Sergio Gaburro e da Antonio Sabetta per le edizioni Studium. (Da Avvenire Agorà 10 Gennaio …)

Oggi la situazione in cui si trovano filosofia e teologia è quantomeno problematica. Tale problematicità dipende da una mentalità comune ormai consolidata. Dipende dalla situazione in cui per lo più ci troviamo a vivere e a pensare: una situazione in cui gli spazi sia per una riflessione filosofica, sia per un discorso teologico sono sempre più ridotti. Viviamo in un’epoca nella quale altre forme di sapere sono privilegiate. Si tratta per lo più di forme che fanno riferimento al modello della conoscenza scientifica e che a sua volta è sinergico alle procedure messe in atto dagli sviluppi tecnologici, fino al punto di esserne, a sua volta, addirittura guidato. In questo quadro per l’indagine filosofica, così come per la ricerca teologica, l’alternativa sembra essere soltanto quella o di adattarsi a tale modello di sapere, oppure di difendere conservativamente, finché ciò risulta possibile, alcuni spazi di agibilità che a entrambe le discipline erano garantiti nel passato…continua su avvenire …

https://www.avvenire.it/agora/pagine/filosofia-e-teologia-in-crisi-la-soluzione-e-un-reciproco-sostegno

LE RADICI STORICO-CULTURALI DELL’ASSENZA DELLA TEOLOGIA NELLO «SPAZIO PUBBLICO»

di Giuseppe Lorizio Path 22 (2023) 339-363

A fasi alterne fa capolino nel dibattito teologico la tematica dell’as­senza della teologia dall’areopago culturale contemporaneo. Anni addie­tro si parlava di «esilio» del sapere teologico con grande rammarico degli addetti ai lavori e in funzione direttamente proporzionale alla frustrazio­ne accumulata in quanti fra loro avrebbero aspirato a ben altri riconosci­menti (anche di tipo economico), dimenticando che il sapere di cui si oc­cupano è, e tale deve rimanere a modesto parere di chi scrive, «scientia magis speculativa quam practica», secondo l’illuminante lezione dell’Aquinate.[1]

La contemplazione del mistero è, quindi, il fine ultimo del sapere te­ologico, che, in quanto tale, è chiamato anche a vestire i panni dell’in­comunicabilità. Mi ha sempre particolarmente colpito una suggestiva os­servazione di René Guénon, il quale, a fronte di uno sviluppo meramen­te materiale della civiltà moderna, rivendicava (con modalità per molti aspetti non condivisibili) il senso della ricerca intellettuale e spirituale:


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La serietà dell’errare e il dinamismo della fede

In quanto credenti nel Dio del Signore Gesù Cristo, l’esperienza nomadica ci appartiene altrettanto originariamente, poiché all’errare abramitico possiamo facilmente accostare il vagare di Maria e Giuseppe ( Lc 2,7) che depongono il neonato in una mangiatoia «perché non c’era posto [ou topos = nessun posto = utopia] per loro nell’albergo» e il nomadismo del Figlio dell’uomo, che, a differenza delle volpi e degli uccelli, «non ha dove posare il capo» ( Mt 8,20 / Lc 9,58). Per accostare il Natale possiamo anche ricordare come il farsi carne del Verbo e il suo abitare fra noi fa riferimento ad una dimora che di fatto è una tenda (originariamente la “tenda del convegno”), come suggerisce il greco dei LXX, che riprende l’ebraico della shekinah ( Gv 1,14).

La condizione dell’erranza si viene così a manifestare come costitutivamente cristica, in quanto alla domanda di Mc 1,35ss. «La risposta è questa: “Andiamocene altrove“. Egli infatti è per essenza colui che si sposta da un luogo all’altro, che si sottrae: “Oggi, domani e il giorno seguente bisogna che io vada per la mia strada”». Di qui consegue, per il pensare credente a) sul piano cristologico: «Il Cristo […] non si lascia mai racchiudere in formule. Quando la formula, nella sua fredda astrattezza, si richiama alla concretezza della libera pienezza di Cristo, c’è motivo di sperare che la riflessione teologica sia efficace»; b) sul piano teo-logico: «Dio infatti non è un sistema e nessun sistema può rappresentare Dio».

Se ora ci soffermiamo a riflettere sul participio, che la formula di fede attribuisce all’arameo, siamo indotti a pensare il triplice senso del verbo abad, che traduciamo con errare, indicando in primo luogo appunto la condizione nomadica dell’arameo, che non ha una meta prestabilita, né un itinerario ben tracciato, in quanto, allorché, nella esperienza abramitica, viene invitato a lasciare la propria terra, non gli viene contestualmente indicata alcuna destinazione, né promesso alcun ritorno.

Storia biblica, ma anche filosofica, se possiamo far credito a Emmanuel Levinas e alla sua contrapposizione tra Ulisse e Abramo: «Al mito di Ulisse che ritorna a Itaca, noi vorremmo contrapporre la storia di Abramo che lascia per sempre la sua patria per una terra ancora ignota e che interdice al suo servo persino di ricondurre suo figlio al punto di partenza».

La serietà drammatica dell’errare risulta ancor più marcata quando consideriamo gli altri due significati del verbo ebraico abad, che significa anche perdersi o smarrirsi: l’arameo errante è colui che vive nel disorientamento, in una condizione di smarrimento o di “perdizione”. È colui che si è perduto o sta per perdersi. Ma nell’esperienza nomadica perdersi significa anche perire (ecco il terzo significato di abad). L’arameo che erra, sta per perire. E, nel momento in cui non è più consegnato al nomadismo, non deve né può dimenticare il suo essere caduco, mortale, perituro.

La coscienza della caducità impedisce ogni ybris religiosa o filosofica, culturale o morale. In questo senso ha ragione Vladimir Jankélévitch, quando dice che la morte, il pensiero della morte è una sorta di metafisica consumata dall’uso di quanti rifiutano la metafisica. E il pensiero della morte esige la conversione che il Giubileo intende perseguire in ciascuno di noi.

Elogio della porosità. Per una teologia con-testuale

È disponibile in libreria e online la miscellanea “Elogio della porosità. Per un teologia con-testuale” (Sergio Gaburro – Antonio Sabetta edd.). Si tratta della miscellanea di studi in onore del prof. Giuseppe Lorizio e raccoglie il pensiero di colleghi e studenti che si sono cimentati nel descrivere una peculiare caratteristica teologica, la porosità, in contesti classici e innovativi che il teologo pugliese ha inteso abitare: il pensiero rosminiano, le questioni di confine e liminari tra filosofia e teologia, gli ambiti pertinenti la teologia fondamentale, il dialogo ecumenico con la tradizione luterana e ortodossa, ma anche nuove frontiere come l'”intelligenza artificiale”.

Un libro che merita la giusta attenzione e che può rendere più colto ed istruito il tempo natalizio- clicca per la scheda!

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 3 persone e il seguente testo "SERGIO SERGIOGABRR-ANNIOSAETA(ED. GABURRO ANTONIO SABETTA ELOGIO DELLA POROSITÀ. PER UNA TEOLOGIA CON-TESTUALE Miscellanea di studi per il prof. Giuseppe Lorizio Studium Disponibile n-line e in tutte le librerie"

Laterano: kerygma e kairoi di una teologia inquieta

…Quella messa in campo nel convegno [ L’annuncio del Vangelo nel presente della storia, alla pontificia Università Lateranense] è stata una teologia ellittica, articolata attorno a due fuochi, il kerygma, il primo annuncio che rimane come fondamento, e il kairos, che considera ogni tempo/contesto come opportuno, con le sue istanze e provocazioni. Ciò che ne consegue è un pensiero inclusivo, tanto che dobbiamo considerare i bordi dell’ellisse come sfumati…
continua la lettura Di Marco Staffolani su Settimananews.it 14 dicembre 2023