
Il tema non è solo politico, né di compromessi più o meno accettabili da entrambe le parti, la questione è filosofica e teologica: chi decide del culto? Nell’orizzonte del sovranismo assolutista, così come espresso in uno dei testi fondativi dello stato moderno, ossia il Leviatano di Thomas Hobbes, la fede è una questione del tutto privata e quindi, diremmo, assegnata al “foro interno”, mentre il culto, avendo a che fare con la socialità, è sottoposto al sovrano, non importa se democratico o totalitario: è comunque LUI che decide della religione/i, delle sue espressioni e delle sue forme. Finché quanto l’autorità ecclesiastica decide e gestisce è in sintonia con la sovranità civile, va tutto bene, nessuno si lamenta e viviamo tutti felici e contenti, quando invece il ministero pastorale delle chiese reclama la propria autonomia in contrasto coi governi cosiddetti civili, allora sorge il conflitto, quale quello cui stiamo assistendo. Si tratta da un lato di quella che veniva denominata “religione civile”, dall’altro della “minoranza creativa”, i cui diritti dovrebbero essere riconosciuti e tutelati laicamente, a meno che chi governa la società civile non si arroghi anche potere sulla sfera religiosa e cultuale.
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