Pensare la Pace (rassegna stampa)

Proponiamo una piccola rassegna stampa di articoli per tracciare gli sviluppi del conflitto e ancora di più degli sforzi per riportare la pace. Sempre più c’accorgiamo che l’umanità fragile non può fare a meno del vangelo e del pensiero.

La morte (non) è una livella

20 Settembre Avvenire.it. Caro principe de Curtis, o, meglio, caro Totò, ci hai insegnato, in una tua mirabile poesia, che la morte è una livella: « A morte ’o ssaje ched’e?…è una livella. ’Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto,’a vita e pure ’o nomme: tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?’ (…Un re, un magistrato, un grand’uomo, passando questo cancello, ha fatto il punto che ha perso tutto, la vita e pure il nome: non ti sei fatto ancora questo conto?). Eppure, a cosa stiamo assistendo mentre ci affacciamo sui media? Da un lato un fastoso funerale, preceduto da giorni e giorni di pellegrinaggio per salutare una regina, tanto amata non solo dal suo popolo (è tornata spesso l’orribile parola ‘sudditi’), dall’altro le tombe comuni di centinaia di vittime della guerra. Lì i potenti del mondo, qui la fatica di quanti cercano di dare un nome alle vittime (di Giuseppe Lorizio .. continua lettura su Avvenire.it

Pentecoste. Ora la vocazione all’universalità guidi i cristiani fuori dai conflitti

Il contesto di guerra chiede alle Chiese di avviare un percorso «cattolico» piuttosto che il loro identificarsi con espressioni nazional-popolari, etniche e identitarie in senso fondamentalista

Non mi sembra ci sia da esultare in campo cristiano allorché si apprendono notizie di divisione, come quella della Chiesa ortodossa ucraina dalla russa e il più recente distacco degli ortodossi ucraini-russi dalla Chiesa cui erano uniti fino a non molto tempo fa. Ogni divisione lacera la tunica inconsutile del Cristo, che rappresenta la Chiesa e dunque va chiamata per quello che è: una ferita. Questi recenti eventi pongono la domanda: a quale cristianesimo giova il suo nazionalizzarsi? E questo proprio nella convinzione che la nota della ‘cattolicità’, la quale, insieme all’’unità’, alla ‘santità’ e all’’apostolicità’, va attribuita, sebbene in maniera differenziata, a tutte le Chiese, non solo a quella romana, non possa eludersi, se non altro nell’attuale contesto geo-politico o geo-teologico, almeno come tensione ovvero dinamismo cui quotidianamente allenarsi. [… di Giuseppe Lorizio 4 giugno 2022 Continua lettura su Avvenire.it]

Una sfida di coscienza. Se la guerra segrega il pane la pace dipende da ognuno.

Viviamo una tragica divisione fra popoli in lotta per la sopravvivenza e gruppi che hanno il problema della ‘pasticceria’. Ne vogliamo prendere atto o ancora una volta tapparci occhi e orecchie per rifugiarci nel nostro standard di benessere, quasi vedendo nella guerra e in Vladimir Putin un nemico solo perché a essere minacciato è il nostro prevalente stile di vita? Si tratta, al contrario, di una minaccia alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli… Di Giuseppe Lorizio su avvenire.it, 29 Maggio.

Si scrive “pace”, si legge “pane” (settimanaNews 29 Maggio)

La guerra giusta: non in nome del catechismo (né di Sant’Agostino)

21 Aprile 2022 Dove sono i teologi, nel conflitto in corso? Guerra di valori, la definisce il Patriarca ortodosso Kirill di Mosca, intendendo che la Russia combatte un corrotto Occidente. E i teologi nostrani dove sono? A don Mauro Cozzoli, della Lateranense, abbiamo lasciato campo libero a disquisire di “guerra giusta”, qualche tempo fa sull’agenzia Ansa. Don Giuseppe Lorizio, anche lui docente alla Lateranense, ha scritto – giustamente e in controtendenza – che ci vuole un rinnovamento profondo della teologia pena la sua insignificanza. Però in tv – prendiamo ad esempio Floris martedì dopo Pasqua – si discetta confondendo la difesa con la guerra giusta… Di Fabrizio Mastrofini su il Riformista

Riflessione. La «miseria simbolica» e bellica e la forza dei gesti di fede e pace

17 Aprile 2022. Secondo le acute analisi del filosofo francese, scomparso nel 2020, Bernard Stiegler, la nostra epoca «iperindustriale», mentre vive la «catastrofe del sensibile» assume come propria cifra la «miseria simbolica» (titolo dei due volumi, pubblicati in italiano nel 2021 e 2022 da Meltemi). In tale contesto, mentre la marginalità può aprire ampi spazi di possibilità, nella misura in cui riesce a ispirare una vera e propria «mistica del margine» (La forza dei gesti di pace), al tempo stesso si sviluppa una «guerra estetica», micidiale e che sperimentiamo in questo momento come venga a supportare il conflitto armato. (di Giuseppe Lorizio)

I cittadini, Draghi, le scelte necessarie. Pace ed etica del sacrificio

08/04/2022 Nell’attuale momento storico che la pandemia e la guerra stanno rendendo tragico, nel dibattito pubblico e non solo tra gli intellettuali continua a porsi l’alternativa fra etica della responsabilità anche co-belligerante e scelta della nonviolenza “attiva”. Ciò soprattutto a proposito della scelta concernente gli armamenti: non solo da fornire agli ucraini aggrediti, ma anche da incrementare ulteriormente nazione per nazione e neppure da indirizzare e integrare nella formazione di un vero “sistema di difesa europeo”. (Giuseppe Lorizio, Avvenire)

La profezia di Isaia e la guerra in Ucraina.

31/03/2022  Ci sono tre aspetti nella questione armamenti che si richiamano a vicenda. La visione del profeta assume una sconcertante attualità, nel momento in cui scopriamo di avere un disperato bisogno di aratri e di falci, di grano e di pane, di alimenti per la vita, piuttosto che di strumenti di morte (di Giuseppe Lorizio)

L’Europa unita da un rinnovato spirito cristiano

Avvenire Agorà 30 Marzo 2022. Fra le proposte sul tappeto, in questi giorni, emerge quella di un esercito comune europeo e molti sembrano aderirvi. Ma nelle coscienze dei cittadini e di quanti hanno a cuore il futuro emerge una domanda: possibile che, dopo l’unione monetaria, sia da perseguire quella militare? Che immagine di Europa (e in un certo senso di cultura occidentale) ne emerge? Le sue fondamenta sarebbero il denaro e le armi. C’è da chiedersi se sia questo che vogliamo per il futuro nostro e dei ragazzi che lo erediteranno. (di Giuseppe Lorizio)

Verità, giustizia e pace: armi (non solo) cristiane

27/03/2022 Siamo disorientati. Molte persone credenti non sanno a chi affidarsi fra quanti ritengono che bisogna rafforzare gli arsenali militari (incrementando le spese per la difesa) e al tempo stesso inviare armi in Ucraina, sempre perché quel popolo martoriato possa difendersi e quanti, al contrario, pensano che l’aumento delle armi costituisca comunque un pericolo per tutti, in quanto finisce con l’incrementare la violenza a scapito soprattutto dei più deboli: civili, donne, bambini. (Lorizio)

Ma Biden non può strumentalizzare le parole di Wojtyla

27/03/2022  Le armi non sono mai una soluzione. La frase “aprite le porte a Cristo”, citata dal presidente degli Stati Uniti come pretesto per andare in guerra ha ben altro significato. (Lorizio)

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Spigolature teologiche

Recensione su Dialoghi 1/2022 di Francesco Miano del libro di G. Lorizio, Semi del Verbo, segni dei tempi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2021.

“L’Occidente ha mietuto, macinato e divorato i semi che il cristianesimo ha diffuso. Al teologo non resta che “spigolare” […] Si tratta di un lavoro umile e che richiede di “stare” piegati sulla terra. […] Bisogna essere chini e raccolti per fare teologia oggi stando piegati sulla terra. Ciò è possibile solo se a mietere non è stata una trebbiatrice che non ha lasciato nulla sul terreno, anzi ha divorato voracemente i frutti dell’aratura e della semina. E in questo senso lo spigolare teologico si espone al rischio di restare a mani vuote. Qualora qualcosa si raccolga, è perché i semi del Verbo resistono anche alle tecniche più sofisticate e così possono essere di nuovo seminati nella storia”

[…] Con Semi del Verbo, segni dei tempi non siamo tanto in presenza di una visione teologica onnicomprensiva (anche se non mancano dimensioni e proiezioni sistematiche), ma piuttosto siamo di fronte a un concreto ed esemplare esercizio del pensare in senso teologico (e del pensare in generale), un esercizio capace di scoprire e riscoprire il valore e il senso nuovo di un ricercare che è insieme ricerca del pensare e del vivere, ricerca del pensare in profondità dall’interno della vita.

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Foundation: robot e cloni tra tentazione e libertà

Una riflessione “quaresimale”, di Marco Staffolani su settimananews.it 25/03/2022

Riflettendo sulle parole della liturgia del mercoledì delle Ceneri: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris», e ancora sulle tentazioni propinate a Gesù dal diavolo nel deserto, che ci fanno ben comprendere come la vita (fino alla morte) sia un combattimento dal quale non possiamo sottrarci e in cui la nostra libertà è chiamata a decidere sul rapporto con gli altri e con il divino, ci lasciamo trasportare da una narrazione, oserei dire penitenziale e ascetica, che ricaviamo da un estratto della prima stagione della serie Foundation in streaming su Apple TV+ tra settembre e novembre 2021, naturalmente ispirata dai capolavori di Asimov. Qui i tipici temi «quaresimali» che siamo abituati ad applicare ai soggetti umani, sembrano estendersi ai robot e ai cloni genetici.

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Kirill l’eretico, il documento firmato da molti teologi ortodossi

di Pino Lorizio su famigliacristiana.it 15/03/2022

«Condanniamo e rifiutiamo qualsiasi insegnamento che incoraggi la divisione, la sfiducia, l’odio e la violenza tra i popoli, le religioni, le confessioni, le Nazioni o gli Stati»: questo uno dei passaggi chiave della presa di posizione che marca la differenza con le giustificazioni (anche) “spirituali” e metafisiche pro-Putin elencate dal Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. L’analisi del teologo Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense

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Non alimentiamo più questa guerra che proprio tutti stiamo già perdendo

Libertà va cercando ch’è si cara, che ben sa chi per lei vita rifiuta» (Purgatorio I, 70-
72), così Dante a proposito di Catone, che scelse la libertà piuttosto che la vita. Il dilemma e la crisi di coscienza non nascono quando da una parte c’è un valore e dall’altro un conclamato disvalore, ad esempio la pace e la guerra,
ma allorché confliggono due valori fondamentali come quelli della vita e della libertà. Ora, finché si tratta della propria vita e di metterla a repentaglio perché la mancanza di libertà si ritiene insostenibile (come per Catone), nulla o quasi da eccepire, ma se si tratta della vita degli altri, ovvero degli innocenti? Siamo così sicuri che avrebbero scelto di morire?

Di Giuseppe Lorizio su Avvenire 13 marzo 2022

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La pace è uno stile che sorge dal cuore

La polvere, il sangue, le mosche, l’odore / per strada e fra i campi la gente che muore / e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è / e tu, tu la chiami guerra e non ti chiedi perché» (F. De André, “Terzo intermezzo”, dall’album Tutti morimmo a stento, 1968). Abbiamo iniziato la santa Quaresima (mercoledì 2 marzo nel rito romano, domenica 6 in quello ambrosiano) col suggestivo rito delle ceneri. A ciascuno di noi, mentre il celebrante ci cospargeva il capo di cenere, veniva ricordato: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, «Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai». La cenere del culto si è posta come segno di fronte alla polvere e alla cenere che le immagini televisive hanno proiettato sui nostri schermi nei reportage dall’Ucraina. Case distrutte, famiglie lacerate e divise, persone massacrate, la chiamiamo guerra e non ci chiediamo perché e vorremmo non conoscerla né sperimentarla. (di Giuseppe Lorizio su Avvenire Agorà 10/03/2022)

Il triste sermone del patriarca di Mosca

All’inizio della Quaresima ortodossa, Kirill ha appoggiato Putin, ha attaccato l’Occidente e la sua cultura tirando in ballo il gay pride e ha abbracciato una lettura fondamentalista della fede cristiana dimentico che in ogni caso la guerra uccide le persone non il peccato e per questo è sempre e comunque da condannare e respingere. La riflessione del teologo Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense

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Clicca qui per l’articolo di Zizek citato

La versione sacerdotale del cristianesimo ne è diventata espressione patologica

Anche se non condivisibile in tutto, proponiamo questo tagliente articolo per riflettere e discutere. L’articolo è stato pubblicato sul sito di informazione religiosa Religión Digital (www.religiondigital.com (http://www.religiondigital.com/)), il 17 febbraio scorso. L’autore, Jorge Costadoat, gesuita, per anni direttore del Centro Teológico Manuel Larraín (Cile), ha insegnato presso la Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, ma, nell’aprile 2015, non è gli è stata riconfermata dalle autorità ecclesiastiche la missio canonica per l’insegnamento nella Facoltà di teologia.La traduzione dell’articolo originale, consultabile a questo link (https://www.religiondigital.org/cristianismo_en_construccion/des-sacerdotalizar-Crisis-Sacerdocio_7_2424727513.html), è stata curata da Lorenzo Tommaselli.

Mi sembra che il problema principale della Chiesa cattolica oggi non sia il clericalismo, ma la versione sacerdotale del cattolicesimo. Il clericalismo è un problema morale. L’organizzazione sacerdotale del cristianesimo no. Ciò costituisce una difficoltà strutturale. Se la Chiesa cattolica non fosse organizzata sacerdotalmente, non ci sarebbero gli abusi di potere da parte dei chierici che tanto deploriamo oggi e tanti altri problemi in più.

Ci sono preti che non sono clericali. Non abusano della loro investitura. Sono ministri umili, che camminano con le loro comunità ed al loro servizio. Imparano dai laici ed li guidano efficacemente perché hanno l’apertura necessaria per apprendere dalla realtà e dalla vita in generale. Dalle loro prediche nessuno fugge via perché hanno qualcosa da dire.

Tuttavia, non sono stati scelti dalle loro comunità e, di conseguenza, non devono rendere conto dell’esercizio delle loro funzioni. I presbiteri, preti, ministri o come volete chiamarli, sono scelti da altri preti e sono ordinati dai vescovi per svolgere una funzione. In questo senso, il nome di “funzionari” può essere loro ben applicato, anche se non piace. Sono amministratori, più grandi o piccoli, di una specie di multinazionale – la più grande del mondo? – che non dovrebbe avere nulla a che vedere con la Chiesa di Cristo.

La Chiesa – che, come ogni organizzazione umana, richiede un assetto istituzionale – ha bisogno di questi servitori per svolgere compiti che vanno dall’annuncio della Parola all’amministrazione dei sacramenti, passando per la raccolta di mezzi per sviluppare questi servizi, per sostenere opere educative, di carità e di giustizia e per il sostentamento delle loro vite. Ma questa stessa organizzazione è stata in grado di disumanizzare la sua dirigenza. Di fatto lo fa. Ha bisogno di farlo in qualche modo? In più di un’occasione ci è sembrato di sì.

Il fatto è che nell’attuale Chiesa cattolica è possibile essere prete senza essere cristiano. Suona duro ma a questo siamo arrivati. Nei seminari le persone vengono formate per insegnare e amministrare sacramenti, oltre a soldi e, talvolta, persone. A tal fine, i formandi sono sottoposti a processi di acculturazione. I seminaristi sono romanizzati. Sono riformattati. Li si veste da preti per distinguerli dagli altri. Sono esentati dal passare per le esperienze fondamentali dei loro contemporanei, come l’intimità affettiva e la paternità, e, nel caso dei religiosi, dall’obbligo di ogni persona di guadagnarsi il pane.

I preti sono esseri psicologicamente divisi nella stessa misura in cui sono separati (“scelti” da Dio) dai comuni mortali. Rappresentano la separazione Chiesa-mondo. Qui la Chiesa (“sacra”), lì il mondo (“profano”). Finché questa separazione si accentua, non sono in grado di capire cosa sta succedendo e di guidare efficacemente un popolo che progressivamente li considera irrilevanti. Le prediche di moltissimi di loro sono un fallimento dall’inizio alla fine. Anche la dottrina della Chiesa cattolica, sotto più di un aspetto, proviene da persone che sembrano prive delle necessarie radici epistemologiche.

Molti, soprattutto i giovani, la considerano una rarità. Il fatto è che gli stessi preti, internamente divisi, bipolari, finiscono per crollare. Forse i preti clericali riescono ad aggirare questo pericolo.

Ma probabilmente al prezzo di una disumanizzazione che non può essere volontà del Dio che, incarnato in un essere umano autentico e nel più autentico degli esseri umani, ci umanizza. Gesù è stato un laico che ha saputo integrare la realtà nella sua persona nei suoi aspetti più diversi, una persona umana che ci ha divinizzato perché ci ha laicizzato. Chi può spiegare il fatto che lo si è trasformato in un Sommo ed Eterno Sacerdote?

La Chiesa cattolica non ha bisogno di risolvere il problema del clericalismo. Ha bisogno, in primo luogo, di desacerdotalizzarsi. Nella Chiesa si sono date e si danno versioni non sacerdotali del cristianesimo: il monachesimo, la religiosità popolare latinoamericana, il 70% delle comunità in Amazzonia senza preti, le chiese evangeliche pentecostali e altre. Tutte queste versioni hanno problemi propri. Alcune sono più sane, “più cristiane”, di altre. La versione sacerdotale del cristianesimo si è trasformata in un’espressione patologica dello stesso.

I ministri della Chiesa cattolica – che purtroppo continuano a essere chiamati “sacerdoti”, come ha voluto il Vaticano II – dovrebbero essere scelti, formati e investiti di potere per guidare le comunità grazie a processi con cui si possa controllare il possesso dell’autorità necessaria per svolgere tale servizio. Nella Chiesa di Cristo l’autorità dovrebbe venire anzitutto da un’esperienza personale del Vangelo. Le autorità dovrebbero, come testimoni, poter annunciare con convinzione che Dio sia degno di fede e che la Chiesa stessa possa presentare il Vangelo nel mondo di oggi.

La Chiesa cattolica ha bisogno di ministri che siano cristiani, piuttosto che funzionari di un’organizzazione sacerdotale internazionale gestita da una classe che sceglie sé stessa e che si crede esente da un’accountability dinanzi al Popolo di Dio.

Il Simposio sul ministero che si sta svolgendo in questi giorni a Roma sarà molto probabilmente inutile e, nel migliore dei casi, solo un primo passo per uscire fuori dall’impasse. Lo sarà se, invece di presentare una predicazione moralizzante per preti clericali, inizia la decostruzione della versione sacerdotale del cattolicesimo che, piaccia o no, impedisce la trasmissione del Vangelo.

Non lasciamo che trionfi l’odio

La forza della preghiera, l’amore per la libertà, l’invito a non odiare. I seminaristi e i sacerdoti ucraini che studiano all’Università Lateranense seguono con apprensione gli sviluppi della crisi russo-ucraina. […]

Intervista agli studenti ucraini iscritti alla Licenza in Teologia Fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, su Avvenire 23/02/2022 continua a leggere

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