Elogio dell’incompiuto…

L’inserto. Elogio dell’incompiuto sul nuovo “Gutenberg” in edicola venerdì 22 novembre.
Il limite, spiega il teologo Giuseppe Lorizio, è un’apertura di possibilità: il compimento è sempre e comunque in un altrove, intramondano oppure metastorico. Alessandro Zaccuri mostra come da Virgilio ai Romanzi incompiuti di Jane Austen, ora in uscita nei “Meridiani”, letteratura, musica e arti visive abbiano spesso sperimentato la potenzialità del “non finito”, mentre in architettura – rileva Alessandro Beltrami – l’incompiuto antico e quello della modernità ci appaiono diversi, anche perché gli scheletri che costellano il paesaggio non conoscono la possibilità di essere abitati. Continua la lettura su Avvenire 22 Novembre

“Dilexit nos”, il Cuore e la totalità dell’amare

di Marco Staffolani su Roma Sette 3 Novembre 2024

Abbiamo sperimentato i primi freddi della stagione romana e sicuramente qualcuno avrà pensato che il tempo passa veloce, non solo nel ricordo e nella preghiera per i nostri morti a cui è dedicato il mese di novembre, ma anche perché il Natale dell’evento giubilare è sempre più vicino. Sul percorso che ci rimane da compiere per arrivare all’apertura dell’Anno di Grazia, nei Primi Vespri (24 dicembre), il Papa ci permette di fare una breve sosta per riflettere sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo, attraverso la sua ultima enciclica Dilexit Nos (Ci ha amati!).

La parola amare viene a sintetizzare l’essenza divina dinamica (in principio era il Verbo… eterno, preesistente, ma sempre in comunione con il Padre) che si mostra in maniera umana (Gesù Cristo…si fece carne). Tale amore si realizza nel tempo particolarmente in quel «cuore aperto [che] ci precede e ci aspetta senza condizioni» (DN2), venerato per secoli con la classica devozione a Gesù.  

Possiamo allora pensare che il pellegrinaggio terreno serve per “evolvere”, per avere un cuore trasformato, quello “nuovo” dell’uomo redento (tipico del linguaggio paolino), capace di legarsi alla verità, capace di porsi le «domande che contano [per sé e per il presente]: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni[?]» ma anche per l’alterità e il futuro: «perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine, che significato vorrei che avesse tutto ciò che vivo, chi voglio essere davanti agli altri, chi sono davanti a Dio[?]» (DN4).

Il cuore di Gesù risponde a queste domande, con un amore umano e divino: proprio sotto queste due prospettive possiamo pensare come siamo stati amati da Lui, e come Lui ci chiami ad amare, attingendo direttamente a Lui: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Occorre, anche a noi, un cuore che sappia amare in modo umano, oserei dire concreto e terreno, che veda le esigenze immediate, materiali e spirituali per riscattare la persona umana con la sua dignità (offuscata dalle conseguenze del peccato); e poi un cuore che sappia amare in modo divino, cioè capace di elevare l’umano dall’ordine naturale a quello soprannaturale (per usare un gergo classico), o meglio, per portare l’umanità oltre la temporalità e la spazialità, perché entri a far parte dell’eternità della comunione divina (prospettiva di metafisica agapica): questo accade per la tenacia e la dolcezza del cuore, che con la potenza della Parola produce il regno annunciato!

Le due visioni, umana e divina, vanno pensate in modo congiunto, senza metterle in antitesi. La prima, terrena, ha ripercussioni sull’hic et nunc, sull’esigenza che sia ripristinata la giustizia tra gli uomini, la pace tra i popoli, e, con la sensibilità a cui ci ha abituato Francesco, anche proteggere e custodire il creato intero; la seconda, divina rifacendosi ai segni tangibili, visibili e buoni della terra, ricorda dove tutto è destinato, al semper di Dio, e che amor vincit omnia. Ci guidi lo Spirito alla comprensione della verità tutta intera, e alla totalità dell’amare.

Marco Staffolani

La teologia irrilevante o latitante?

di: Giuseppe Lorizio su settimanaNews 4 novembre 2024

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È un bel dilemma, ma forse la condizione del teologo si situa in entrambe le prospettive: quella della irrilevanza, soprattutto a causa della diffidenza che si percepisce da parte del contesto ecclesiale nei confronti di chi lavora in campo teologico e quella della latitanza, per il fatto che, forse scoraggiati dal non essere presi in considerazione nella chiesa, che pure sentiamo nostra, evitiamo di esporci proponendo soluzioni che sappiamo in partenza verrebbero osteggiate dai pastori e dalla gente. continua lettura su Settimananews

Oltre la cristianità: la metamorfosi della fede nell’Occidente moderno

Prosegue il dibattito nato in seguito alla prolusione che Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università di Roma Tre, ha tenuto all’inaugurazione della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna su «La fine del cristianesimo, religione degli italiani», e pubblicata su Avvenire lo scorso 23 ottobre

Di Giuseppe Lorizio su Avvenire 2 Novembre 2024. Che sia finita la cristianità e il cristianesimo nella sua forma cattolica non costituisca, ormai da tempo, l’orizzonte del nostro sentire e vivere la società è perfino scontato. Non abbiamo bisogno di analisi sociologiche per stabilirlo. Piuttosto avremmo necessità di sapere in che cosa credono gli italiani e, direi, gli occidentali europei. Non è una domanda semplice per il fatto che fra credenti e non-credenti qui ed ora si situano quelli che da tempo vado indicando come “diversamente credenti”. E ho sentore che si tratti di una maggioranza silenziosa, ma non irrilevante per il teologo e per la comunità credente.

“Diversamente” è il termine-avverbio decisivo. Da cosa? In primo luogo, direi da un cattolicesimo convenzionale, Continua lettura su avvenire