Biografia, discorsi di benedetto XVI
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LETTERA APOSTOLICA DI PROCLAMAZIONE DOTTORE DELLA CHIESA
LETTERA APOSTOLICA
Santa Ildegarda di Bingen, Monaca Professa dell’ordine di San Benedetto,è proclamata Dottore della Chiesa universale
BENEDETTO PP. XVI A PERPETUA MEMORIA
1. «Luce del suo popolo e del suo tempo»: con queste parole il Beato Giovanni Paolo II, Nostro venerato Predecessore, definì Santa Ildegarda di Bingen nel 1979, in occasione dell’800 anniversario della morte della Mistica tedesca. E veramente, sull’orizzonte della storia, questa grande figura di donna si staglia con limpida chiarezza per santità di vita e originalità di dottrina. Anzi, come per ogni autentica esperienza umana e teologale, la sua autorevolezza supera decisamente i confini di un’epoca e di una società e, nonostante la distanza cronologica e culturale, il suo pensiero si manifesta di perenne attualità.
In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell’imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell’obbedienza, della semplicità, della carità e dell’ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti.
2. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All’età di otto anni fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg, ove nel 1115 emise la professione religiosa. Alla morte di Jutta di Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito, si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa. Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone l’equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità. In seguito all’aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi.
All’interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. All’esterno s’impegnò attivamente a rinvigorire la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e la vita del clero. Su invito prima di Adriano IV e poi di Alessandro III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato — allora non molto frequente per una donna — effettuando alcuni viaggi non privi di disagi e difficoltà, per predicare perfino nelle pubbliche piazze e in varie chiese cattedrali, come avvenne tra l’altro a Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz, Bamberga e Würzburg. La profonda spiritualità presente nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su grandi personalità del suo tempo, coinvolgendo in un incisivo rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica.
Colpita da malattia nell’estate del 1179, Ildegarda, circondata dalle consorelle, si spense in fama di santità nel monastero del Rupertsberg, presso Bingen, il 17 settembre 1179.
3. Nei suoi numerosi scritti Ildegarda si dedicò esclusivamente a esporre la divina rivelazione e far conoscere Dio nella limpidezza del suo amore. La dottrina ildegardiana è ritenuta eminente sia per la profondità e la correttezza delle sue interpretazioni, sia per l’originalità delle sue visioni. I testi da lei composti appaiono animati da un’autentica “carità intellettuale” ed evidenziano densità e freschezza nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità, dell’Incarnazione, della Chiesa, dell’umanità, della natura come creatura di Dio da apprezzare e rispettare.
Queste opere nascono da un’intima esperienza mistica e propongono una incisiva riflessione sul mistero di Dio. Il Signore l’aveva resa partecipe, fin da bambina, di una serie di visioni, il cui contenuto ella dettò al monaco Volmar, suo segretario e consigliere spirituale, e a Richardis di Strade, una consorella monaca. Ma è particolarmente illuminante il giudizio dato da San Bernardo di Chiaravalle, che la incoraggiò, e soprattutto da papa Eugenio III, che nel 1147 la autorizzò a scrivere e a parlare in pubblico. La riflessione teologica consente ad Ildegarda di tematizzare e comprendere, almeno in parte, il contenuto delle sue visioni. Ella, oltre a libri di teologia e di mistica, compose anche opere di medicina e di scienze naturali. Numerose sono anche le lettere — circa quattrocento — che indirizzò a persone semplici, a comunità religiose, a papi, vescovi e autorità civili del suo tempo. Fu anche compositrice di musica sacra. Il corpus dei suoi scritti, per quantità, qualità e varietà di interessi, non ha paragoni con alcun’altra autrice del medioevo.
Le opere principali sono lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum. Tutte narrano le sue visioni e l’incarico ricevuto dal Signore di trascriverle. Le Lettere, nella consapevolezza della stessa autrice, non rivestono una minore importanza e testimoniano l’attenzione di Ildegarda alle vicende del suo tempo, che ella interpreta alla luce del mistero di Dio. A queste vanno aggiunti 58 sermoni, diretti esclusivamente alle sue Consorelle. Si tratta delle Expositiones evangeliorum, contenenti un commento letterale e morale a brani evangelici legati alle principali celebrazioni dell’anno liturgico. I lavori a carattere artistico e scientifico si concentrano in modo specifico sulla musica con la Symphonia armoniae caelestium revelationum; sulla medicina con il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum e il Causae et curae; sulle scienze naturali con la Physica. Infine si notano anche scritti di carattere linguistico, come la Lingua ignota e le Litterae ignotae, nei quali compaiono parole in una lingua sconosciuta di sua invenzione, ma composta prevalentemente di fonemi presenti nella lingua tedesca.
Il linguaggio di Ildegarda, caratterizzato da uno stile originale ed efficace, ricorre volentieri ad espressioni poetiche dalla forte carica simbolica, con folgoranti intuizioni, incisive analogie e suggestive metafore.
4. Con acuta sensibilità sapienziale e profetica, Ildegarda fissa lo guardo sull’evento della rivelazione. La sua indagine si sviluppa a partire dalla pagina biblica, alla quale, nelle successive fasi, resta saldamente ancorata. Lo sguardo della mistica di Bingen non si limita ad affrontare singole questioni, ma vuole offrire una sintesi di tutta la fede cristiana. Nelle sue visioni e nella successiva riflessione, pertanto, ella compendia la storia della salvezza, dall’inizio dell’universo alla consumazione escatologica. La decisione di Dio di compiere l’opera della creazione è la prima tappa di questo immenso percorso, che, alla luce della Sacra Scrittura, si snoda dalla costituzione della gerarchia celeste fino alla caduta degli angeli ribelli e al peccato dei progenitori. A questo quadro iniziale fa seguito l’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, l’azione della Chiesa che continua nel tempo il mistero dell’incarnazione e la lotta contro satana. L’avvento definitivo del regno di Dio e il giudizio universale saranno il coronamento di questa opera.
Ildegarda pone a se stessa e a noi la questione fondamentale se sia possibile conoscere Dio: è questo il compito fondamentale della teologia. La sua risposta è pienamente positiva: mediante la fede, come attraverso una porta, l’uomo è in grado di avvicinarsi a questa conoscenza. Tuttavia Dio conserva sempre il suo alone di mistero e di incomprensibilità. Egli si rende intelligibile nel creato, ma questo, a sua volta, non viene compreso pienamente se viene distaccato da Dio. Infatti, la natura considerata in sé fornisce solo delle informazioni parziali, che non di rado diventano occasioni di errori e di abusi. Perciò anche nella dinamica conoscitiva naturale occorre la fede, altrimenti la conoscenza resta limitata, insoddisfacente e fuorviante.
La creazione è un atto di amore, grazie al quale il mondo può emergere dal nulla: dunque tutta la scala delle creature è attraversata, come la corrente di un fiume, dalla carità divina. Fra tutte le creature, Dio ama in modo particolare l’uomo e gli conferisce una straordinaria dignità, donandogli quella gloria che gli angeli ribelli hanno perduto. L’umanità, così, può essere considerata come il decimo coro della gerarchia angelica. Ebbene, l’uomo è in grado di conoscere Dio in se stesso, cioè la sua individua natura nella trinità delle persone. Ildegarda si accosta al mistero della Santissima Trinità nella linea già proposta da Sant’Agostino: per analogia con la propria struttura di essere razionale, l’uomo è in grado di avere almeno un’immagine della intima realtà di Dio. Ma è solo nell’economia dell’incarnazione e della vicenda umana del Figlio di Dio che questo mistero diventa accessibile alla fede e alla consapevolezza dell’uomo. La santa ed ineffabile Trinità nella somma unità era nascosta ai servitori della legge antica. Ma nella nuova grazia veniva rivelata ai liberati dalla servitù. La Trinità si è rivelata in modo particolare nella croce del Figlio.
Un secondo “luogo” in cui Dio si rende conoscibile è la sua parola contenuta nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Proprio perché Dio “parla”, l’uomo è chiamato all’ascolto. Questo concetto offre a Ildegarda l’occasione di esporre la sua dottrina sul canto, in modo particolare quello liturgico. Il suono della parola di Dio crea vita e si manifesta nelle creature. Anche gli esseri privi di razionalità, grazie alla parola creatrice vengono coinvolti nel dinamismo creaturale. Ma, naturalmente, è l’uomo quella creatura che, con la sua voce, può rispondere alla voce del Creatore. E può farlo in due modi principali: in voce oris, cioè nella celebrazione della liturgia, e in voce cordis, cioè con una vita virtuosa e santa. L’intera vita umana, pertanto, può essere interpretata come un’armonia e una sinfonia.
5. L’antropologia di Ildegarda prende inizio dalla pagina biblica della creazione dell’uomo (Gen 1, 26), fatto a immagine e somiglianza di Dio. L’uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia, racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l’universo intero si riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione. Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione paolina, «come in uno specchio» (1 Cor 13, 12). L’immagine divina nell’uomo consiste nella sua razionalità, strutturata in intelletto e volontà. Grazie all’intelletto l’uomo è capace di distinguere il bene e il male, grazie alla volontà egli è spinto all’azione.
L’uomo è visto come unità di corpo e di anima. Si nota nella mistica tedesca un apprezzamento positivo della corporeità e, anche negli aspetti di fragilità che il corpo manifesta, ella è capace di cogliere un valore provvidenziale: il corpo non è un peso di cui liberarsi e, perfino quando è debole e fragile, “educa” l’uomo al senso della creaturalità e dell’umiltà, proteggendolo dalla superbia e dall’arroganza. In una visione Ildegarda contempla le anime dei beati del paradiso, che sono in attesa di ricongiungersi ai loro corpi. Infatti, come per il corpo di Cristo, anche i nostri corpi sono orientati verso la risurrezione gloriosa, per una profonda trasformazione per la vita eterna. La stessa visione di Dio, nella quale consiste la vita eterna, non si può conseguire in modo definitivo senza il corpo.
L’uomo esiste nella forma maschile e femminile. Ildegarda riconosce che in questa struttura ontologica della condizione umana si radica una relazione di reciprocità e una sostanziale uguaglianza tra uomo e donna. Nell’umanità, però, abita anche il mistero del peccato ed esso si manifesta per la prima volta nella storia proprio in questo rapporto tra Adamo ed Eva. A differenza di altri autori medievali, che vedevano la causa della caduta nella debolezza di Eva, Ildegarda la coglie soprattutto nella smodata passione di Adamo verso di lei.
Anche nella sua condizione di peccatore, l’uomo continua ad essere destinatario dell’amore di Dio, perché questo amore è incondizionato e, dopo la caduta, assume il volto della misericordia. Perfino la punizione che Dio infligge all’uomo e alla donna fa emergere l’amore misericordioso del Creatore. In tal senso, la più precisa descrizione della creatura umana è quella di un essere in cammino, homo viator. In questo pellegrinaggio verso la patria, l’uomo è chiamato ad una lotta per poter scegliere costantemente il bene ed evitare il male.
La scelta costante del bene produce un’esistenza virtuosa. Il Figlio di Dio fatto uomo è il soggetto di tutte le virtù, perciò l’imitazione di Cristo consiste proprio in un’esistenza virtuosa nella comunione con Cristo. La forza delle virtù deriva dallo Spirito Santo, infuso nei cuori dei credenti, che rende possibile un comportamento costantemente virtuoso: questo è lo scopo dell’umana esistenza. L’uomo, in tal modo, sperimenta la sua perfezione cristiforme.
6. Per poter raggiungere questo scopo, il Signore ha donato i sacramenti alla sua Chiesa. La salvezza e la perfezione dell’uomo, infatti, non si compiono solo mediante uno sforzo della volontà, bensì attraverso i doni della grazia che Dio concede nella Chiesa.
La Chiesa stessa è il primo sacramento che Dio pone nel mondo perché comunichi agli uomini la salvezza. Essa, che è la «costruzione delle anime viventi», può essere giustamente considerata come vergine, sposa e madre e, dunque, è strettamente assimilata alla figura storica e mistica della Madre di Dio. La Chiesa comunica la salvezza anzitutto custodendo e annunziando i due grandi misteri della Trinità e dell’Incarnazione, che sono come i due «sacramenti primari», poi mediante l’amministrazione degli altri sacramenti. Il vertice della sacramentalità della Chiesa è l’eucaristia. I sacramenti producono la santificazione dei credenti, la salvezza e la purificazione dei peccati, la redenzione, la carità e tutte le altre virtù. Ma, ancora una volta, la Chiesa vive perché Dio in essa manifesta il suo amore intratrinitario, che si è rivelato in Cristo. Il Signore Gesù è il mediatore per eccellenza. Dal grembo trinitario egli viene incontro all’uomo e dal grembo di Maria egli va incontro a Dio: come Figlio di Dio è l’amore incarnato, come Figlio di Maria è il rappresentante dell’umanità davanti al trono di Dio.
L’uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui, infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell’uomo sono interessati nell’esperienza di Dio: «Homo autem ad imaginem et similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur; per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et intellegens opera sua adimplere. […] Sed et per hoc, quod homo sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet» [“L’uomo infatti è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, affinché agisca tramite i cinque sensi del suo corpo; grazie ad essi non è separato ed è in grado di conoscere, capire e compiere quello che deve fare (…) e proprio per questo, per il fatto che l’uomo è intelligente, conosce le creature, e così attraverso le creature e le grandi opere, che a stento riesce a capire con i suoi cinque sensi, conosce Dio, quel Dio che non può essere visto se non con gli occhi della fede”] (Explanatio Symboli Sancti Athanasii: PL 197, 1073). Questa via esperienziale, ancora una volta, trova la sua pienezza nella partecipazione ai sacramenti.
Ildegarda vede anche le contraddizioni presenti nella vita dei singoli fedeli e denunzia le situazioni più deplorevoli. In modo particolare, ella sottolinea come l’individualismo nella dottrina e nella prassi da parte tanto dei laici quanto dei ministri ordinati sia un’espressione di superbia e costituisca il principale ostacolo alla missione evangelizzatrice della Chiesa verso i non cristiani.
Una delle vette del magistero di Ildegarda è l’accorata esortazione a una vita virtuosa che ella rivolge a chi si impegna in uno stato di consacrazione. La sua comprensione della vita consacrata è una vera “metafisica teologica”, perché fermamente radicata nella virtù teologale della fede, che è la fonte e la costante motivazione per impegnarsi a fondo nell’obbedienza, nella povertà e nella castità. Nel realizzare i consigli evangelici la persona consacrata condivide l’esperienza di Cristo povero, casto e obbediente e ne segue le orme nell’esistenza quotidiana. Questo è l’essenziale della vita consacrata.
7. L’eminente dottrina di Ildegarda riecheggia l’insegnamento degli apostoli, la letteratura patristica e gli autori contemporanei, mentre trova nella Regola di san Benedetto da Norcia un costante punto di riferimento. La liturgia monastica e l’interiorizzazione della Sacra Scrittura costituiscono le linee-guida del suo pensiero, che, concentrandosi nel mistero dell’Incarnazione, si esprime in una profonda unità stilistica e contenutistica che percorre intimamente tutti i suoi scritti.
L’insegnamento della santa monaca benedettina si pone come una guida per l’homo viator. Il suo messaggio appare straordinariamente attuale nel mondo contemporaneo, particolarmente sensibile all’insieme dei valori proposti e vissuti da lei. Pensiamo, ad esempio, alla capacità carismatica e speculativa di Ildegarda, che si presenta come un vivace incentivo alla ricerca teologica; alla sua riflessione sul mistero di Cristo, considerato nella sua bellezza; al dialogo della Chiesa e della teologia con la cultura, la scienza e l’arte contemporanea; all’ideale di vita consacrata, come possibilità di umana realizzazione; alla valorizzazione della liturgia, come celebrazione della vita; all’idea di riforma della Chiesa, non come sterile cambiamento delle strutture, ma come conversione del cuore; alla sua sensibilità per la natura, le cui leggi sono da tutelare non da violare.
Perciò l’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell’ottica della ricerca scientifica sia in quella dell’azione pastorale. La sua capacità di parlare a coloro che sono lontani dalla fede e dalla Chiesa rendono Ildegarda una testimone credibile della nuova evangelizzazione.
In virtù della fama di santità e della sua eminente dottrina, il 6 marzo 1979 il signor cardinale Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia e presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, insieme con i cardinali, arcivescovi e vescovi della medesima Conferenza, tra i quali eravamo anche Noi quale cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottopose al beato Giovanni Paolo II la supplica, affinché Ildegarda di Bingen fosse dichiarata Dottore della Chiesa universale. Nella supplica, l’eminentissimo porporato metteva in evidenza l’ortodossia della dottrina di Ildegarda, riconosciuta nel XII secolo da Papa Eugenio III, la sua santità costantemente avvertita e celebrata dal popolo, l’autorevolezza dei suoi trattati. A tale supplica della Conferenza Episcopale Tedesca, negli anni se ne sono aggiunte altre, prima fra tutte quella delle monache del monastero di Eibingen, a lei intitolato. Al desiderio comune del Popolo di Dio che Ildegarda fosse ufficialmente proclamata santa, dunque, si è aggiunta la richiesta che sia anche dichiarata «Dottore della Chiesa universale».
Con il nostro consenso, pertanto, la Congregazione delle Cause dei Santi diligentemente preparò una Positio super canonizatione et concessione tituli Doctoris Ecclesiae universalis per la Mistica di Bingen. Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, che è stata oggetto di molti e autorevoli studi, abbiamo concesso la dispensa da quanto disposto dall’art. 73 della Costituzione Apostolica Pastor bonus. Il caso fu quindi esaminato con esito unanimemente positivo dai Padri Cardinali e Vescovi radunati nella Sessione Plenaria del 20 marzo 2012, essendo ponente della causa l’eminentissimo cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell’udienza del 10 maggio 2012 lo stesso cardinale Amato Ci ha dettagliatamente informati sullo status quaestionis e sui voti concordi dei Padri della menzionata Sessione plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 27 maggio 2012, Domenica di Pentecoste, avemmo la gioia di comunicare in Piazza San Pietro alla moltitudine dei pellegrini convenuti da tutto il mondo la notizia del conferimento del titolo di Dottore della Chiesa universale a Santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d’Ávila all’inizio dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi e alla vigilia dell’Anno della Fede.
Oggi, dunque, con l’aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In piazza San Pietro, alla presenza di molti cardinali e presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
«Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell’autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Queste cose decretiamo e ordiniamo, stabilendo che questa lettera sia e rimanga sempre certa, valida ed efficace, e che sortisca e ottenga i suoi effetti pieni e integri; e così convenientemente si giudichi e si definisca; e sia vano e senza fondamento quanto diversamente intorno a ciò possa essere tentato da chiunque con qualsivoglia autorità, scientemente o per ignoranza.
Dato a Roma, presso San Pietro, col sigillo del Pescatore, il 7 ottobre 2012, anno ottavo del Nostro Pontificato. BENEDETTO PP. XVI
La regola di San Benedetto.
Ildegarda ha abbracciato in toto la regola di benedetto: essa risale circa al 534 e consta di un prologo e di 73 capitoli, di questi 10 sono dedicati all’amministrazione del monastero. Tale regola di san benedetto è un modello così attuale che da essa hanno preso ispirazione persino dei manager di azienda per trattare l’organizzazione del loro personale.
È singolare che la regola di san benedetto prevedeva lo studio delle erbe e Ildegarda si dedica ampiamente allo studio delle erbe. La regola affermava che il monaco doveva essere agricoltore, raccoglitore, trasformatore quindi era lui che manipolava le erbe, era in grado di fare delle diagnosi e di prescrivere i medicamenti, cosi da essere una figura molto importante all’interno del monastero.


la sua visione antropologica, quasi ad anticipare l’uomo vitruviano di Leonardo, è qui rappresentata nel libro del divinum operum: qui troviamo l’essere umano in una dimensione circolare, olistica, compreso in una struttura che lo avvolge a 360 gradi.
Il macrocosmo è raffigurato dal cerchio esterno, ed è sostenuto dal Cristo: le sue immense braccia circondano il macrocosmo e il suo volto solare rassomiglia a quello di Apollo. Sulla sua fronte si appoggia il viso del Padre ed i suoi piedi, coi fori delle stimmate, appaiono alla base del cosmo.
All’interno del cerchio, una circonferenza formata da linee ondulate indica le acque primigenie. Vi sono rappresentati i diversi elementi. Teste di animali raffigurano i diversi venti. Al centro della miniatura, un personaggio, con i piedi uniti e le braccia distese, indica il microcosmo. Il disco nero della terra si scorge dietro di lui.
Il mondo è quindi costituito da due insieme omologhi il microcosmo e macrocosmo dove l’uomo ha la responsabilità di governare la terra. Sebbene sia evidente che il mondo contiene l’uomo, allo stesso tempo l’anima dell’uomo è in grado di racchiudere il cosmo e questo in virtù del suo essere immagine di dio (anche se poi tale unità primordiale con dio è spezzata dal peccato originale)
L’uomo viene visto in tutte le sue sfaccettature, del suo essere non solo un corpo fisico ma anche in quanto essere animico, dotato di spirito. Tutta l’opera di ildegarda è permeata dal concetto di viriditas, la forza vitale, l’energia verdeggiante che emana dall’uomo quando esso è sano.
La salute per Ildegarda è qualcosa che va al di là della salute fisica in senso stretto, coinvolge altre componenti dell’essere. La salute per ildegarda è uno stato di prosperità, di benessere, da intendere prima di tutto alla maniera latina di integritas, oppure con il termine greco olos dal quale derivano poi olistico e termini simili, per gli arabi anche era una condizione conosciuta era quella che loro chiamavano salam, pace.
Quindi quando l’uomo è sano è in pace con il mondo, diventa curioso, creativo, è comunicativo, mette amore in tutto ciò che fa, mentre al contrario la condizione di malattia è un’espressione di un malessere, di un vivere senza Dio, e questo inizia in maniera subdola e poi si manifesta nel corpo fisico.
| «L’uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia, racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l’universo intero si riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione. Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione paolina, come in uno specchio […] L’uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui, infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell’uomo sono interessati nell’esperienza di Dio: (LA)«Homo autem ad imaginem et similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur; per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et intellegens opera sua adimplere. […] Sed et per hoc, quod homo sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet.» (IT)«L’uomo infatti è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, affinché agisca tramite i cinque sensi del suo corpo; grazie ad essi non è separato ed è in grado di conoscere, capire e compiere quello che deve fare […] e proprio per questo, per il fatto che l’uomo è intelligente, conosce le creature, e così attraverso le creature e le grandi opere, che a stento riesce a capire con i suoi cinque sensi, conosce Dio, quel Dio che non può essere visto se non con gli occhi della fede.»(Ildegarda di Bingen, Explanatio Symboli Sancti Athanasii: PL 197, 1073.) Perciò l’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura.» |
| (Benedetto XVI, Lettera Apostolica di proclamazione, 7 ottobre 2012[2]) |
musica

Dal particolare della miniatura della settima visione (delle 10 rappresentate nel divinum operum) comprendiamo l’analogia che ildegarda instaura tra gli strumenti musicali, il suono, e la vita umana.
Ildegarda associa ad ogni strumento delle virtù.
L’organo è visto come l’armonia, la pace, tipica degli ordini monastici, in cui le persone diventano tra loro familiari per via della preghiera, pur non avendo tra loro legami di sangue. Essi vengono accordati dalla regola, e dalla operosità, quasi come quella dell’alveare, che ne scaturisce .
Il flauto in ildegarda è associato alla sapienza. Coloro che hanno acquisito la sapienza possono interpretare i contenuti della scrittura, e possono trasmetterli anche ad altri. La sapienza è vista come aereiforme, leggera, considerato anche il suono del flauto in tempo medioevale che è piuttosto soffiato, quasi un suono grezzo per l’orecchio moderno, e non dolce come il flauto moderno.
Poi le cetre (l’arpa o il salterio che si pizzica, la viella che viene suonata con l’archetto) sono gli strumenti della contemplazione. Quando la persona si mette in contemplazione, la persona suona le sue corde interiori. Le corde con cui si facevano questi strumenti erano tratte dalle budella animali, quindi producevano suoni dolci e tenui, adatti al contesto liturgico, e non avevano suoni forti e squillanti come le corde moderne in metallo .
I suoni degli strumenti sono utilizzati anche per descrivere vizi e virtù umane
“Nessuno pizzichi la cetra, tanto da farne saltare le corde, perché se questo avvenisse quale sarebbe il suo suono? Tu gola, riempi il tuo ventre al punto che tutte le tue vene son in tumulto spasmodico… dove è allora il dolce suono della sapienza di Dio, che Dio dette agli uomini?
Io, moderazione, suono la cetra! che risuona nei suoni di tutte le lodi, e trapasso con la buona volontà la durezza del cuore”
Traspare dunque il potere della musica di conquistare l’animo umano, raddolcirlo e placarlo quando necessario, rimetterlo nell’armonia in cui è pensato dal creatore.
attualizzazioni (Il cammino dell’anima, Branduardi)
Chi sono costoro come nubi ora avanzano
Vengono sole e l′inventa processioneQuale meraviglia da stupore al vostro cuore
Croce, la parola all’uomo e alla sua forma
E col creatore noi splendiamo nel suo corpoSiamo le radici e voi i lunghi rami
Frutti del suo occhio
Noi fummo solo ombreFiglia, prediletta io qui vi parve
Misera ora vago, perdendomi nel Padre
E′ grave il peso che io porto
Nella vita mia, pena senza fine
Pena senza fine
E’ lottare contro la mia carne
Io vorrei godere senza mai recare offesaAnima sei gioia, sei forte, non cadere
Piangi e ti disperi
Vieni fuori Dio
Tu non lo conosci
Non vedi e non comprendi
Nel tuo Creatore c’è la tua vittoriaE ora lunga e sola sono ferita
Datemi la mano
Che mi possa rialzare
Fatue, fatue
Stolta tu sei
A che ti sevirà questa fatica?
Donati al mondo e il mondo ti abbraccerà
Con grande onore
Cos’è questo grande timore?
Cos’è questo grande amore?
Dov’è il guerriero? e dov’è colui che premia?Voi non sapete chi state adorando
Come puoi pensare che nessuno sia, se non Dio
Io dico “chi mi seguirà e farà la mia volontà
Avrà tutto ciò che desidera”
Ed in vero voi virtù
Non avete nulla da dare a chi insegue
Voi tutte non sapete nemmeno chi siete
Voi non siete niente E tu anima, chi sei?
Da dove vieni?
Ti eri avvinghiata, ed io con me ti ho sollevata
Ora sono adirato per il tuo tradimento
Ma combatterò e di nuovo ti avrò
Fuggi, fuggi, il passo del serpente è dietro di te
Ora sento il fiato del serpente dietro di me
La menzogna del grande ingannatore mi perderà
Cerco l’orma che attraversando l’ombra mi guiderà
Fuggi, fuggi, il passo del serpente è dietro di te
Ora sento il fiato del serpente dietro di me
Torneranno coloro che il serpente aveva rapito
Torneranno splendenti nelle loro vesti di luce
Fuggi, fuggi, il passo del serpente è dietro di te
Ora sento il fiato del serpente dietro di me
Nel cammino per te noi compagne e guida saremo
Canteremo la nostra sinfonia dal cielo per te
Fuggi, fuggi, il passo del serpente è dietro di te
Ora sento il fiato del serpente dietro di me
La superbia del drago nell’abisso sprofonderà
Una donna la brama del serpente sconfiggerà
La superbia del drago nell’abisso sprofonderà
E la donna la brama del serpente sconfiggerà
Con un filo di superbia sprofondo nell’abisso
[Ritornello]
Poi venne il tempo e per noi si aprì
La porta che era rimasta chiusa ed è chiara l’alba
[Strofa 1]
Ciò che il serpente soffocò
Ora risplende nella luce
Il volto della donna
A sua immagine creata è la sua mano
Che le diede forma
Cantano i cieli le tue lodi
il tuo Signore, in te ebbe gioia!
[Ritornello]
Poi venne il tempo e per noi si aprì
La porta che era rimasta chiusa ed è chiara l’alba
E per Adamo compagna
La volle nel suo errante esilio
Si aprono i cieli ed il creato ora risuona
Cantando le tue lodi
[Strofa 2]
Salve a te, che fai crescere la vita
Riportando la salvezza al mondo
Salve a te, che hai confuso la morte
Hai schiacciato il capo del serpente
Ciò che il serpente soffocò
Ora risplende nella luce
Il volto della donna
A capo eretto nel suo orgoglio verso te
Si è rialzata Eva
Ti sei chinata pietosa, hai perdonato
La sua arroganza
Salve a te, dolcissima madre
Il tuo Creatore in te respira
Salve a te, che hai salvato il mondo
Con il dono della carne, del tuo seno[Pre-Ritornello]
A sua immagine creata è la sua mano
Che le diede forma
Cantano i cieli le tue lodi
il tuo Signore, in te ebbe gioia!
Articolo sulla viriditas di Anita Prati su SettimanaNews.it
http://www.settimananews.it/profili/ildegarda-nel-cuore-della-viriditas/
O viridissima virga (interpretato da Elena Modena)
O viridissima virga
1. O viridissima virga
ave, que in ventoso flabro sciscitationis
sanctorum prodisti.
2. Cum venit tempus quod tu floruisti in ramis tuis,
ave, ave fuit tibi, quia calor solis in te sudavit
sicut odor balsami.
3. Nam in te floruit
pulcher flos qui odorem dedit
omnibus aromatibus que arida erant.
4. Et illa apparuerunt omnia in viriditate plena.
5. Unde celi dederunt rorem super gramen
et omnis terra leta facta est
quoniam viscera ipsius frumentum
protulerunt et quoniam volucres coeli nidos
in ipsa habuerunt.
6. Deinde facta est esca hominibus
et gaudium magnum epulantium.
Unde, o suavis Virgo, in te non deficit ullum gaudium.
7. Hec omnia Eva contempsit.
8. Nunc autem laus sit Altissimo
Ave, o verga viridissima
1. Ave, o verga viridissima,
Ave, o tu che spuntasti nel soffio di vento
dell’invocazione dei santi.
2. Allorquando fioristi sui tuoi rami,
Ave, ave a te fu, poiché il calore del sole in te
trasudò come profumo di balsamo.
3. Infatti in te sbocciò il bel fiore
che diede fragranza a tutti gli aromi
che erano aridi.
4. Ed essi apparvero tutti in piena “viriditas”.
5. Onde i cieli sparsero rugiada sull’erba
e tutta la terra fu allietata
perché il suo grembo partorì il frumento
e su di essa nidificarono
gli uccelli.
6. In seguito essa divenne nutrimento per gli uomini
e grande gaudio dei commensali.
Ecco perché, o Vergine soave, in te non manca alcuna gioia.
7. Eva distrusse tutto ciò.
8. Sia lode ora all’Altissimo.
Generosa tu senza macchia ed intatta
Di te il Signore si piacque
Tu gloriosa, tu senza macchia ed intatta
Carne si fece il Verbo
Chiara stella, tu senza macchia ed intatta
Per te si aprono i cieli
Il tuo Signore ebbe in te delizia
del suo abbraccio ti incensa ed intatta
Tu portasti suo figlio, madre dolcissima e
Generosa tu senza macchia ed intatta
Di te il Signore si piacque
Il tuo Signore ebbe in te delizia
del suo abbraccio ti incensa ed intatta
Tu portasti suo figlio, madre dolcissima
Chiara stella, tu senza macchia ed intatta
Per te si aprono i cieli
Per te si aprono i cieli
