Scheda su Luce Gentile (Newman)

Una felice coincidenza: ci accompagna nel commento alla poesia di Newman che intendiamo presentare in questa circostanza, la liturgia cattolica del 19 Aprile, mercoledi della III settimana di Pasqua, in cui il Vangelo parla di luce e di verità. In particolare la frase su cui ci soffermiamo è quella in grassetto

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 3,16-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Diverse tradizioni spirituali cristiane riassumono la personalità di Gesù come quella di un uomo completamente dedito a fare la volontà del Padre. Queste parole, soprattutto alle orecchie di noi contemporanei individualisti e soggettivisti, potrebbero sembrare vicine a quelle che si usano per descrivere un semplice “gregario”: una persona immatura che non sa decidere con la propria testa e si affida a qualcun altro che pensa ed agisce al suo posto e a cui eventualmente attribuisce la responsabilità di eventuali insuccessi.

Detto con il linguaggio della teologia fondamentale, in seguito a tutta la tradizione scolastica che faceva della ragione un mezzo potente per indigare non solo le realtà terrene, ma le stesse realtà celesti, fino alla stessa identità di Dio (pensiamo ad Anselmo da Aosta, monaco benedettino dell’XI secolo, che nel suo Proslogion dice che quando pensiamo adeguatamente a Dio, non possiamo che definirlo come “Id quo maius cogitare nequit”, ovvero “Ciò di cui non posso pensare nulla di più grande”)… si può parlare di ragione autonoma, di uomo indipendente, di un cercatore di verità che si deve affidare prima di tutto ai suoi mezzi, che in prima approssimazione possiamo chiamare “naturali” non tanto distinti da ciò che è invece divino… ma che semplicemente ci derivano per nascita in questa realtà, senza che noi li abbiamo voluti o cercati, ma che appunto, “madre natura” ci provvede…

Ma ritornando al Vangelo, se andiamo a guardare il processo che portava Gesù a fare certe scelte, cioè affidarsi completamente al Padre, mettere in primo piano non solo la ragione umana, ma anche un’altra qualità che ci contraddistingue, ci accorgiamo che non era così, che cioè Gesù non è semplicemente un “gregario” di Dio.

Ne abbiamo uno scorcio nell’orto del Getsemani dove Gesù condivide tutta la fatica di seguire questa volontà altra dalla sua, che lo conduceva per luoghi oscuri. Il punto sta proprio nella consapevolezza di cosa sia la volontà di Dio. Infatti se un’azione è positiva o meno non perché è Dio a volerla o no, ma se questa è espressione di una verità o meno.

In altre parole, non succede che Dio si fissa su alcune cose e arbitrariamente decide che queste sono buone o meno, ma avendo Lui come obiettivo il bene dell’uomo, una cosa la vuole se realmente promuove o meno l’uomo stesso. E in quanto il Figlio assume la nostra umanità, il bene che Dio vuole per noi, è lo stesso bene che vuole anche per il Figlio suo.

Questo implica che ogni qual volta un uomo si avvicina alla verità o semplicemente la cerca con tutte le sue forze, il suo cammino non può che indirizzarsi verso la volontà di Dio. Curiosamente è proprio Pilato che alla fine giunge a chiedere a Gesù “Cosa è la verità?”.

Ma Gesù non risponde, perché la risposta non è un concetto filosofico da elaborare, la Verità è quella persona che gli sta davanti, che si sta offrendo in sacrificio per la salvezza di tutti. La verità è un processo inclusivo che attira verso di sé e che si realizza in un continuo processo di svelamento: il NT usa infatti la parola Aletheia che significa non-nascondimento, alludendo al fatto che se normalmente le cose sono sembrano difficili da capire, la verità appare nel momento in cui le tiriamo fuori da questa ignoranza che abbiamo, frutto della nostra limitatezza.

La verità necessita di questo sforzo continuo perché non riguarda solo me: per essere la Verità in quanto tale deve riguardare tutti: Dio, il mondo e gli uomini e come tale ha confini che vanno oltre l’orizzonte di comprensione di un singola persona.

Sulla scia della preghiera che diventa pensiero, qui intoduciamo la preghiera di Newman.

Poesia di Newman (Luce Gentile)

Conducimi tu, luce gentile,
conducimi nel buio che mi stringe,
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.
Lead, Kindly Light, amidst th’encircling gloom,
Lead Thou me on!
The night is dark, and I am far from home,
Lead Thou me on!
Tu guida i miei passi, luce gentile,
non chiedo di vedere assai lontano
mi basta un passo, solo il primo passo,
conducimi avanti, luce gentile.
Keep Thou my feet; I do not ask to see
The distant scene; one step enough for me.
I was not ever thus, nor prayed that Thou
Shouldst lead me on;
I loved to choose and see my path; but now
Lead Thou me on!
Non sempre fu così, te non pregai
perché tu mi guidassi e conducessi,
da me la mia strada io volli vedere,
adesso tu mi guidi, luce gentile.
I loved the garish day, and, spite of fears,
Pride ruled my will. Remember not past years!
So long Thy power hath blest me, sure it still
Will lead me on.



Io volli certezze dimentica quei giorni,
purché l’amore tuo non mi abbandoni,
finché la notte passi tu mi guiderai
sicuramente a te, luce gentile.
O’er moor and fen, o’er crag and torrent, till
The night is gone,
And with the morn those angel faces smile,
Which I have loved long since, and lost awhile!

Una ragione umile (ed è proprio essa che deve decidere di esserlo, non può essere costretta dalla fede!) riconosce innanzitutto i propri errori. E’ per questo che la liturgia ci fa sempre iniziare la Celebrazione Eucaristica mettendoci davanti a noi stessi nella qualità della nostra coscienza (tanto cara a Newman), chiedendo perdono a Dio e ai fratelli, per non aver correttamente usato il dono che c’è stato dato, e che ci qualifica come intelligenti, cioè coloro che sono capaci di intus-legere. Una delle formulazioni di questa richiesta di perdono ci fa dire:

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro.

Seppur il triplice “colpa” potrebbe far sembrare esagerata la “prostazione” dell’animo davanti alle sue mancanze, esso è in funzione del bene che non si è concretizzato sia per il cattivo uso della ragione che ha proferito parole sbagliate e agito in maniera erronea, ma anche perché quell’intus legere nella profondità delle cose è rimasto statico davanti ad un Dio che si muove dai cieli per amarci e “incarnarsi”, per incontarci nella nostra natura, e per farci incontrare la sua natura nella nostra.

Ecco allora non possiamo rimanere fermi in noi stessi, non possiamo chiuderci nella nostra conoscenza, e questo aprire il pensiero ad extra, perché sia arrichito il nostro ad intra, si ottiene ad esempio nel modo in cui lo chiede Newman: di vedere, non assai, non tutto in una volta, (perché troppa luce abbaglia), cioè detto con le parole di Pascal, nei pensieri,

Troppo rumore ci assorda; troppa luce ci abbaglia; troppa verità ci stupisce, troppo piacere ci importuna; troppe consonanze dispiacciono nella musica; e troppi benefici irritano. Non possiamo percepire né il caldo estremo, né il freddo estremo. Le qualità eccessive ci sono nemiche, e non le sentiamo; non le sentiamo più, le soffriamo. Troppa giovinezza e troppa vecchiezza impacciano l’intelletto, come anche troppa o troppo poca istruzione… Questa è la nostra vera condizione. Essa ci impedisce di sapere con certezza e di ignorare in modo assoluto.

Blaise Pascal, Pensieri.

e dunque di essere condotti, attraverso una luce gentile. Chi segue tale luce, non ha l’ardire onnipotente ad esempio del motto positivista, di voler decretare una “epistemologia finale” su ciò che è verità o meno, relegando il vero all’empireo, o a ciò che è verificabile con la misura. Tale luce piuttosto ci fa “accontentare” inizialmente di una verità a misura di uomo, cioè che l’uomo trova simile a sé, consonante a ciò che egli può vedere e fare proprio. E’ questa la gentilezza che cerca Newman, qualcosa che ci permetta di iniziare il cammino.

Ma allo stesso tempo tale luce, che può sembrare ai più troppo fioca per dare veramente sicurezza e dunque affidarvisi, è in verità come la luce della stelle, nell’attesa che arrivi l’aurora e il giorno pieno, permette alla ragione di scegliere, cioè di esercitare la sua libertà, senza che vi sia costrizione, come ad esempio di fronte all’irrefutabilità di un teorema matematico e alla sua dimostrazione logica.

E dunque una luce gentile lascia sempre spazio ad un’ombra, quella caligine tenebrosa della nube che guidava il popolo eletto attraverso il Mar Rosso e li proteggeva dai loro inseguitori:

Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16 Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto […] 19 L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. 20 Venne così a trovarsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.

Es 20,15-16,19-20

La luce della nube era come un faro che indica la direzione per gli Ebrei (che la seguivano) mentre per gli altri (gli Egiziani) era tenebrosa, perché in verità perseguivano il male contro le decisioni di Dio, non cercavano la verità, ma cercavano semplicemente sé stessi e di imporre il loro dominio sugli altri, nonostante avessero visto i prodigi che Dio aveva compiuto per mezzo di Mosé.

Possiamo quindi dire: La verità più profonda della Verità è dunque è che Essa si svela quando ci si lascia possedere da Essa. L’oblio cessa, e la direzione a cui conduce è chiara, solo nel momento in cui si è disposti a lasciarsi guidare.

Oltretutto tale luce non è destinata a rimanere fioca, ma a risplendere in pienezza, come profetizzato per la gloria della città Celeste, la Nuova Gerusalemme di Apocalisse

E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo […]

In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
23La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
24Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

Ap 21,1-2,22-26