- “Avvertimenti Necessari per chiunque desidera trattare con frutto coi Protestanti in materie controverse di Religione”.
Questa sezione costituisce una vera e propria guida metodologica e psicologica per il teologo cattolico, delineando non solo le strategie dialettiche necessarie, ma anche le attitudini spirituali e morali richieste per condurre una controversia fruttuosa.
1. La diagnosi della natura della disputa e la tendenza dell’avversario
L’autore apre la trattazione identificando quello che considera il principale ostacolo logico e comunicativo nel dialogo con i protestanti: la loro tendenza naturale a uscire continuamente dal cuore della questione principale. Per descrivere questa condotta dialettica viene utilizzata una similitudine vivida, paragonando l’interlocutore alle bisce per la sua capacità di svicolare e di non mantenere fermo il piede su un singolo punto, indipendentemente dal livello di stringenza dell’argomento.
L’esperienza sul campo mostra che, quando un cattolico adduce prove solide (ad esempio, per dimostrare l’infallibilità della Chiesa), l’interlocutore riformato, trovandosi nell’impossibilità di rispondere direttamente alle argomentazioni, devia il discorso attaccandosi a incidenti verbali, formule secondarie o spostando la domanda su questioni concrete ma estranee alla premessa (ad esempio, chiedendo dove risieda esattamente tale Chiesa o contestando la legittimità storica del Concilio di Trento). Di conseguenza, l’autore dichiara che è assolutamente impossibile trovare un accordo o un punto di convergenza attraverso un discorso esteso, diffuso e privo di una rigida struttura logica, specialmente se chi conduce il dialogo non possiede in modo perfetto l’arte del ragionamento. L’obiettivo immediato dell’apologeta, qualora non riesca a ricondurre l’interlocutore alla via della salvezza (obiettivo ritenuto particolarmente difficile quando si tratta di ministri di culto), deve essere almeno quello di ridurlo al silenzio logico attraverso una precisione metodologica incalzante.
2. I requisiti spirituali e morali: L’Umiltà e la Grazia interiore
Il primo avvertimento non riguarda la preparazione intellettuale, bensì la disposizione dello spirito. L’autore stabilisce che per trattare con frutto è indispensabile una profonda umiltà, accompagnata da una totale diffidenza nei confronti dei propri lumi personali e delle proprie capacità retoriche. Questa attitudine deve fondarsi su una sconfinata confidenza in Dio, l’unico attore capace di operare una reale mutazione dei cuori.
A supporto di questa tesi viene citata la massima teologica agostiniana secondo cui le parole del dottore risuonano invano all’esterno se la grazia del Redentore non muove i cuori dall’interno (in vanum sonant exterius verba doctoris nisi interius corda moveat gratia Redemptoris). Prima ancora di tentare di aprire una breccia nelle convinzioni dell’eretico attraverso la disputa, il teologo cattolico ha il dovere di rivolgersi al cuore divino per impetrare la luce intellettuale per se stesso e la grazia della docilità per chi dovrà ascoltarlo. La controversia viene così sottratta alla logica del mero orgoglio accademico o della vittoria personale per essere ricollocata nel suo alveo soprannaturale.
3. La preparazione intellettuale: Contro l’infarinatura dei “semidotti”
Il secondo avvertimento delinea il profilo culturale del controversista, scagliandosi con forza contro la superficialità accademica. L’autore esige un profondo fondo di scienza dottrinale soda, acquisita attraverso lo studio rigoroso dei veri principi teologici. Viene severamente deprecata la condotta di coloro che si avventurano nelle dispute avendo semplicemente percorso qualche piccolo trattato di teologia o basandosi su una generica “infarinatura” di concetti.
La dottrina cattolica deve essere posseduta a fondo per evitare il rischio gravissimo di avanzare proposizioni anche minimamente opposte al magistero ecclesiastico. Con tono fermo, l’autore consiglia esplicitamente a certi semidotti – definiti privi di ogni vera scienza sebbene insigniti di lauree dottorali – di tacere e porsi il dito alla bocca, per evitare di diventare il ludibrio di se stessi e della religione che pretendono di professare. Non basta aver frequentato un corso di studi in un collegio: occorre essere non semplicemente “dottori”, ma dotti autentici.
L’autore previene l’obiezione comune secondo cui non fu la scienza umana a stabilire la fede nell’universo (alludendo alla semplicità degli Apostoli). Egli riconosce che Dio, volendo fare un miracolo di scienza infusa, potrebbe certamente ripeterlo, ma sottolinea che attendersi un simile intervento straordinario al di fuori di un caso di assoluta necessità significa commettere il peccato di “tentare Dio”. Lo studio rigoroso e instancabile è dunque un dovere morale. Le discipline da possedere perfettamente includono:
- La logica, intesa come la pura arte di strutturare correttamente il ragionamento;
- La teologia dogmatica e la storia ecclesiastica;
- Le materie controverse specifiche, da approfondire attraverso la lettura dei grandi classici della polemica cattolica, tra i quali spiccano come modelli supremi le controversie del cardinale Roberto Bellarmino e le opere polemiche di Jacques-Bénigne Bossuet.
4. Il rifiuto del fanatismo di scuola e la difesa della causa comune
Il terzo avvertimento introduce una distinzione ecclesiologica fondamentale: la differenza tra il dogma cattolico universale e le opinioni private delle scuole teologiche. Quando si entra in contatto con un eretico, il difensore della fede deve dimenticarsi delle proprie appartenenze filosofiche o scolastiche e ricordarsi unicamente di essere cattolico. Il suo mandato non è difendere il tomismo, il molinismo o lo scotismo, ma esclusivamente ciò che la Chiesa cattolica ha solennemente definito come dottrina di fede.
Vengono censurati quegli apologisti che sembrano incapaci di difendere la Chiesa senza difendere con lo stesso calore i propri maestri particolari, spingendosi a un fanatismo tale da asserire che i teologi di altre scuole cattoliche non sappiano rispondere adeguatamente alle obiezioni protestanti. Formule polemiche endo-cattoliche del tipo “non so cosa possa rispondere un tomista a questo argomento, ma io, seguendo i miei principi molinisti, rispondo così” vengono bollate dall’autore come un vero e proprio tradimento della causa comune. Se l’interlocutore protestante dichiarasse di voler abbracciare il tomismo, non si potrebbe certo continuare a considerarlo un ribelle della Chiesa. L’autore esorta a mitigare il fanatismo scolastico in favore di un autentico zelo per la carità, evocando l’ammonimento paolino: Si invicem mordetis et comeditis, videte ne ab invicem consumamini (Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri). Per trionfare sui nemici esterni è indispensabile mantenere una perfetta armonia e carità con gli amici interni, ricordando con Sant’Agostino che, quando si odia un fratello scambiandolo per un nemico, si pecca per cecità.
5. La conduzione della disputa: Mansuetudine, concisione e dissimulazione
Il quarto avvertimento si concentra sulle modalità pratiche di interazione verbale. Durante la disputa, l’apologeta deve conservare la massima tranquillità interna, manifestando un volto gioviale e un tratto che spiri carità cristiana. Sebbene sia necessario parlare con il possesso e l’autorevolezza derivanti dalla certezza della verità, una sostenutezza affettata o arrogante nuoce gravemente all’efficacia del discorso, alienando i cuori degli uditori. La mansuetudine e la dolcezza sono i veri contrassegni del difensore cristiano, il quale deve parlare al cuore del prossimo partendo dal proprio cuore.
Dal punto di vista strettamente logico, l’autore prescrive:
- Massima concisione: È necessario parlare nel modo più conciso possibile, evitando assolutamente l’introduzione di dottrine estranee o incidentali, poiché il protestante cerca proprio quegli appigli per fuggire dall’argomento principale.
- Non difendere tesi non definite: Non bisogna prendere l’assunto di difendere come dogmi di fede questioni che la Chiesa non ha ancora solennemente definito (l’autore cita esplicitamente come esempio l’infallibilità del Papa, che nel 1830 non era ancora stata proclamata dogma dal Concilio Vaticano I), al fine di non uscire dalla questione principale della natura della Chiesa.
- Dissimulazione metodologica: Se l’avversario cerca di svicolare introducendo elementi estranei, l’apologeta deve dissimularli del tutto o richiamarlo con modestia sulla retta strada. Se il protestante si sposta da una controversia all’altra rimanendo comunque nell’ambito delle materie di fede, lo si può seguire per incalzarlo, ma facendogli notare con carità che l’abbandono del punto precedente equivale a una confessione implicita di sconfitta su quel tema specifico.
6. La strategia delle undici domande categoriche
L’ultima parte degli Avvertimenti delinea la strategia d’attacco dialettico qualora l’apologeta sia invitato a parlare per primo. È categoricamente vietato trattare controversie su punti particolari (come il purgatorio, il papato o i santi) prima di aver posto i fondamenti universali. Il primo passo consiste nell’indagare quali siano le premesse accettate dall’avversario, per usarle come base dell’edificio logico.
Poiché quasi tutti i protestanti ammettono la Sacra Scrittura come unica regola della loro fede, si deve partire da questa confessione, chiedendo quali libri essi riconoscano come divinamente ispirati. Senza perdere tempo a dimostrare subito l’insufficienza della sola Scrittura o l’ampiezza del canone cattolico, il teologo deve utilizzare esclusivamente i libri riconosciuti dal protestante per stabilire tre grandi attributi della Chiesa fondata da Gesù Cristo: la perpetuità, la visibilità e l’infallibilità.
Per impedire all’interlocutore di sfuggire contestando immediatamente la Chiesa di Roma, lo si deve “tenere forte al laccio” obbligandolo a rispondere in modo categorico, con poche e semplici parole, a undici precise domande:
- Se Gesù Cristo ha stabilito sulla terra una Chiesa nel cui seno ottenere la salute.
- Se questa Chiesa debba durare senza alcuna interruzione fino alla fine dei secoli.
- Se sia necessario appartenere a essa per conseguire la vita eterna.
- Se questa Chiesa, considerata collettivamente (collective sumpta), possa cadere in errore.
- Se Gesù Cristo abbia stabilito una dipendenza gerarchica tra i pastori e il gregge.
- Se vi sia l’obbligo di sottomettersi alle sue decisioni o se ciascuno sia libero di rigettarle in base al proprio giudizio privato sulla Scrittura, preferendo il parere individuale al sentimento della Chiesa universale.
- Se esista un mezzo certo per riconoscere dove esista questa vera Chiesa.
- Quali siano le note caratteristiche che distinguono la vera Chiesa dalle false società cristiane.
- A quale delle comunioni esistenti convengano tali note, escludendo le sette orientali che essi stessi riconoscono in errore.
- Se sia necessario unirsi a quella sola comunione che possiede le note caratteristiche.
- Se a essa sola appartenga dichiarare il legittimo senso della Scrittura nei punti controversi.
7. Le conseguenze logiche e la difesa dai sotterfugi contemporanei
Se il protestante risponde in modo coerente a queste domande, la disputa è virtualmente conclusa. Dall’ammissione delle doti della Chiesa universale discendono cinque corollari logici inarrestabili:
- Primo: La Chiesa vera non è quella protestante, ma quella cattolica romana.
- Secondo: Se la Chiesa cattolica romana è la vera Chiesa infallibile, tutti i dommi da essa professati e definiti sono necessariamente veri.
- Terzo: Di conseguenza, tutti i dommi contrari professati dalle società protestanti sono falsi, e false sono le loro sette.
- Quarto: È preciso dovere morale dei protestanti abbandonare le proprie sette per riunirsi alla Chiesa cattolica.
- Quinto: Essi devono spogliarsi dei pregiudizi appresi, detestare gli errori insegnati e sottomettersi all’autorità ecclesiastica.
L’autore conclude avvertendo che i protestanti contemporanei cercheranno di divincolarsi da questa catena logica ricorrendo a sotterfugi specifici, quali l’invenzione della “chiesa invisibile” (asserendo che essa si sia conservata nascosta presso correnti storiche come i Valdesi), la ritorsione di argomenti, i sarcasmi o l’uso di una vasta erudizione storica basata sulla lettura estemporanea di antichi concili, liturgie e scrittori ecclesiastici. Di qui la necessità che il teologo cattolico sia non solo spiritualmente vigilante e caritatevole, ma anche storicamente preparatissimo, dotato di una solida presenza di spirito per neutralizzare i cavilli e mantenere l’avversario costantemente ancorato al punto principale della controversia.
- “Risposta ad alcune difficoltà mosse da un Protestante sopra alcuni passi dell’Apocalisse”.
Questa sezione affronta una delle tesi polemiche più radicate e aggressive della teologia riformata classica: l’identificazione della Chiesa di Roma con la Babilonia apocalittica e della figura del Romano Pontefice con l’Anticristo. L’autore analizza le origini psicologiche, politiche e teologiche di questa posizione e ne smonta i pilastri esegetici uno per uno.
1. Inquadramento storico-polemico e movente della confutazione
La trattazione prende le mosse da un episodio concreto avvenuto a Roma nel 1830: un gentiluomo protestante inglese, esortato da un cattolico a fare ritorno all’unità della Chiesa di Cristo, si era schermito rifiutando fermamente di contaminarsi con quella che riteneva la “Babilonia” detestata dalle Scritture e di portare il “carattere della Bestia” descritto da San Giovanni.
L’autore osserva che tale reazione non è affatto isolata, ma costituisce il pretesto fondamentale utilizzato fin dall’inizio della Riforma per canonizzare e giustificare la separazione da Roma. Egli ricorda con precisione storica i vertici di accanimento toccati da questa dottrina in passato:
- Il Sinodo ugonotto di Gap, che volle elevare la tesi del “Papa-Anticristo” ad articolo fondamentale di fede.
- Gli scrittori scozzesi presbiteriani, che eruttavano fiele incitando i sovrani e i popoli alla distruzione fisica dei cattolici (definiti “papisti”), applicando alla lettera l’ordine apocalittico di rendere a Babilonia “il doppio dei suoi delitti”.
- Il teologo calvinista Pierre Jurieu, il quale asseriva che l’identificazione del Papa con l’Anticristo fosse la pietra angolare di tutta la Riforma, senza la quale non si sarebbe potuto in alcun modo giustificare lo scisma della Riforma. Jurieu, agito da uno spirito profetico fanatico, giunse a calcolare nel 1689 l’anno della totale distruzione del papato, venendo clamorosamente smentito dalla storia e rimanendo agli occhi dei posteri come un falso profeta.
L’autore si dichiara sorpreso dal veder riaffiorare nel XIX secolo un’opinione così assurda, che l’estinguersi dei furori iconoclasti e storici avrebbe dovuto seppellire nell’oblio. Se si trattasse di difendere il proprio onore personale, egli preferirebbe il silenzio, sapendo che la Chiesa cattolica è al sicuro da tali attacchi (così come “la luna teme il latrare dei cani”). Tuttavia, l’amore verso le anime dei fratelli separati, il precetto apostolico di rendere ragione della propria fede e il dolore profondo nel vedere anime redente dal sangue di Cristo che periscono per mancanza di una mano tesa, lo spingono a prendere la penna per dimostrare che tale teoria è doppiamente fallimentare: è infondata, perché priva di ragioni solide, ed è assurda, perché ripugna frontalmente ai dati della Scrittura.
2. Confutazione del primo argomento: Il numero 666 e la parola Lateinos
Il primo argomento protestante si basa sul celebre passo apocalittico del numero della Bestia (666). Richiamandosi a un’interpretazione di Sant’Ireneo di Lione, i riformati affermavano che, poiché la parola greca Lateinos (Latino) sviluppa secondo la cabala numerica il valore di 666, e poiché il Papa è un sovrano latino, il Papa è necessariamente l’Anticristo e Roma la sede di Babilonia.
L’autore liquida questa argomentazione mettendone in luce la totale fragilità logica: con un simile metodo di sillogismo (“l’Anticristo sarà un uomo; chi oppone questo è un uomo; dunque chi oppone questo è l’Anticristo”) si finirebbe per trovare ovunque figure anticristiche. Per ristabilire la verità scientifica, viene analizzato direttamente l’originale testo di Sant’Ireneo (Adversus Haereses, Libro V). Il Padre della Chiesa affermava testualmente che:
- È molto più sicuro e privo di pericoli attendere il compimento della profezia piuttosto che procedere per divinazioni e congetture sul nome, dato che possono trovarsi moltissimi vocaboli diversi che rendono il medesimo numero.
- Nomi come Evantas o Teitan contengono lo stesso valore numerico di 666.
- La parola Lateinos era semplicemente “molto verosimile” all’epoca di Ireneo per il solo fatto storico che in quel preciso momento storico erano i Latini a detenere l’impero pagano globale (Latini enim sunt, qui nunc regnant), ma il Santo non dava affatto questa interpretazione come certa.
L’autore dimostra l’arbitrio totale dei protestanti nell’estrapolare le parole di Ireneo per applicarle al papato. Aggiunge inoltre che, per puro gioco congetturale, studiosi cattolici avevano notato che il nome dell’imperatore Diocles (Diocleziano) o lo stesso nome di Lutero scritto in caratteri ebraici restituivano il numero 666. Egli dichiara tuttavia di rifiutare queste recriminazioni speculari, preferendo attenersi all’ammonimento di Ireneo: se Dio avesse voluto farci conoscere il nome anagrafico dell’Anticristo, lo avrebbe fatto registrare chiaramente dall’Apostolo Giovanni.
3. Confutazione del secondo argomento: Roma e la distinzione tra Paganesimo e Cristianesimo
I protestanti sostenevano che, poiché gli interpreti cattolici stessi ammettono che sotto il nome misterioso di Babilonia San Giovanni indichi la città di Roma, ne consegue che la Chiesa romana è la sede dell’Anticristo.
La risposta dell’autore si impernia su una fondamentale distinzione logica ed ecclesiologica: la sovrapposizione tra la città geografica di Roma e la Chiesa cattolica romana è un errore grossolano. Bisogna chiarire di quale Roma parli l’Apocalisse: se della Roma pagana del I-III secolo o della Roma cristiana contemporanea. I caratteri testuali forniti da San Giovanni si applicano esclusivamente alla prima:
- La Babilonia giovannea è una potenza imperiale che tiranneggia e persegue apertamente tutti i re della terra; la Roma cristiana dell’Ottocento ha un dominio temporale ridotto a poche province italiane.
- Babilonia è un immenso emporio commerciale dove i mercanti della terra arricchiscono vendendo merci preziose; Roma non è più ricca di altre capitali europee o di piccoli stati.
L’autore confuta la bizzarra allegoria del calvinista Jurieu, il quale, per salvare la profezia, affermava che per “merci di Babilonia” si dovesse intendere la dottrina depravata venduta dal Papa ai popoli creduli. Questo argomento stravolge grossolanamente il testo sacro: l’Apocalisse dice esplicitamente che Babilonia compra le merci dai mercanti, mentre Jurieu sostiene che Roma le venda. La descrizione di San Giovanni si adatta invece perfettamente alla Roma imperiale pagana, la quale per tre secoli esercitò una tirannia sanguinaria, lordandosi le mani con il sangue dei veri santi del Signore. La Roma cristiana, al contrario, non ha mai ucciso alcun santo, ma anzi eleva agli altari e venera quegli stessi martiri che il paganesimo ha trucidato.
4. Confutazione del terzo argomento: La porpora e lo status di “fornicaria”
L’argomento protestante successivo faceva leva sui costumi: Babilonia è descritta come una donna fornicaria vestita di porpora; poiché i cardinali cattolici vestono di porpora, la Chiesa romana è la corretta chiave di lettura della profezia.
L’autore replica ironicamente notando la falsità intrinseca del sillogismo. Se il colore degli abiti fosse un criterio di verità teologica, si dovrebbe concludere che anche i senatori, i consoli e gli imperatori romani pagani – che vestivano notoriamente di porpora – fossero cardinali, o che lo stesso Jurieu fosse l’Anticristo per il solo fatto di essere un essere umano.
Inoltre, viene approfondito il significato del termine “fornicaria” (scortum) nel linguaggio biblico. Nella fraseologia dei profeti dell’Antico Testamento, la fornicazione indica spessissimo il peccato di idolatria. I protestanti accusavano la Roma cristiana di essere idolatra a causa del culto dei santi e delle reliquie. L’autore fa notare che se l’Apocalisse avesse voluto indicare una Chiesa cristiana apostata (ovvero che tradisce la fede precedentemente data a Dio), la Scrittura avrebbe dovuto utilizzare il termine “adultera”, esattamente come i profeti chiamavano Samaria o Gerusalemme infedeli. L’uso costante del termine “fornicaria” dimostra invece che San Giovanni si riferiva a una potenza (la Roma pagana) che non era mai stata sposata o unita in alleanza con il vero Dio, e che viveva strutturalmente immersa nell’idolatria originaria.
5. Confutazione del quarto e quinto argomento: La corruzione universale e l’onore divino
I riformati accusavano il Papa di corrompere l’universo con dottrine depravate e di usurpare l’onore dovuto esclusivamente a Gesù Cristo, assidendosi nel tempio di Dio e facendosi adorare attraverso il bacio del piede e la genuflessione.
L’autore rigetta fermamente queste proposizioni, definendole calunnie di cui gli stessi protestanti moderati dovrebbero arrossire:
- L’accusa di corruzione: Per affermare che il Papa corrompe il mondo, i protestanti dovrebbero prima dimostrare, e non semplicemente supporre, che la dottrina della Chiesa romana sia corrotta.
- L’accusa di usurpazione divina: Il bacio del piede o la genuflessione davanti al Pontefice sono segni esteriori di sommissione e rispetto civile e gerarchico, non atti di culto divino. Se ricevere segni di riverenza significasse essere l’Anticristo, allora ogni padre di famiglia protestante o ogni magistrato civile sarebbe un anticristo. Lo stesso Cristo si inginocchiò davanti agli Apostoli per lavare loro i piedi, e patriarchi come Abramo o eroine come Giuditta si prostrarono davanti a esseri umani senza per questo trasferire a creature l’onore dovuto a Dio.
Risulta assurdo sostenere che il Papa creda nel suo cuore di essere Dio. Egli si definisce ufficialmente Servus servorum Dei (Servo dei servi di Dio). Inoltre, il Pontefice si raccomanda costantemente alle preghiere dei fedeli, si inginocchia ogni giorno per implorare la misericordia divina recitando il Dimitte nobis debita nostra e, soprattutto, si sottomette regolarmente al sacramento della confessione, umiliandosi davanti a un semplice sacerdote per esporre le proprie colpe e riceverne l’assoluzione. Una simile pratica di totale sottomissione è ontologicamente incompatibile con l’orgoglio dell’Anticristo, che esalta se stesso sopra ogni divinità.
6. Confutazione del sesto e settimo argomento: I miracoli e il titolo Mysterium
I protestanti identificavano il papato con l’Anticristo perché la Chiesa cattolica vanta l’esistenza di miracoli (interpretati dai riformati come i “falsi prodigi” accennati da San Paolo) e perché l’Apocalisse menziona la parola Mysterium sulla fronte della prostituta, legandola ai misteri dottrinali romani e a una leggenda secondo cui i Papi avrebbero portato tale iscrizione sul proprio triregno.
L’autore risponde smascherando il vizio logico del “circolo vizioso”: i protestanti affermano che i miracoli cattolici sono falsi perché sostengono che i dogmi cattolici siano falsi, e poi usano la pretesa falsità dei miracoli per dimostrare la falsità dei dogmi, senza mai offrire una prova indipendente. I veri miracoli operati nella Chiesa cattolica sono invece il compimento della promessa formale di Gesù (Majora horum faciet). Attraverso l’opera dei missionari inviati dai Papi – come l’evangelizzazione dell’Inghilterra sotto San Gregorio Magno, della Germania sotto Gregorio II, o delle Indie e del Giappone grazie a San Francesco Saverio – il mondo è stato condotto alla luce del Vangelo, un’opera di edificazione spirituale opposta all’opera distruttiva dell’Anticristo.
In merito alla parola Mysterium, l’autore liquida la tesi della scritta sul tiara papale come una “favoletta” inventata per trattenere gli sfaccendati, priva di qualunque riscontro storico. Se bastasse professare dogmi superiori alla ragione umana (i misteri della Trinità o dell’Incarnazione) per essere Babilonia, allora anche città protestanti come Londra sarebbero grandi Babilonie. Con lo stesso rigore viene rigettata la celebre leggenda anticattolica della “Papessa Giovanna”, ironizzando sul fatto che i protestanti l’abbiano amplificata per non far riflettere il popolo sul disordine reale di aver affidato per oltre quarant’anni il supremo primato della Chiesa anglicana a una donna in carne e ossa, la regina Elisabetta I (chiamata “la buona Bettina”).
7. Confutazione dell’ottavo e nono argomento: Il popolo di Dio e l’argomento del tempio
L’ultima parte della confutazione smonta l’interpretazione secondo cui la Babilonia dell’Apocalisse debba essere una Chiesa inizialmente vera e poi corrottasi nel tempo, basandosi sull’ordine divino “Uscite da essa, o popolo mio”. I protestanti sostenevano che il popolo di Dio non potesse trovarsi se concesso all’interno di una Chiesa vera, e citavano San Paolo laddove afferma che l’uomo del peccato siederà “nel tempio di Dio” (2 Tessalonicesi 2), spazio che non poteva indicare i templi pagani.
L’autore riduce all’assurdo questa tesi esegetica attraverso paralleli storici dell’Antico Testamento:
- Il popolo di Dio si trovò a lungo schiavo in Egitto e poi deportato a Babilonia in Assiria, ma questo non significa certo che l’Egitto dei Faraoni o la Babilonia assira fossero la vera Chiesa di Dio originaria. Mosè e Ciro, liberando il popolo, non lo cacciarono dalla vera Chiesa, ma lo sottrassero all’oppressione dei persecutori.
- L’espressione paolina del “tempio di Dio” non si applica alla Chiesa romana contemporanea. Lo stesso Jurieu, il più fanatico dei controversisti protestanti, dovette ammettere che l’uomo del peccato descritto da San Paolo coincide con l’interpretazione antica di Sant’Ireneo: un singolo tiranno escatologico che regnerà per soli tre anni e mezzo alla fine dei secoli. Jurieu ammoniva espressamente i protestanti a non confondere la Bestia dell’Apocalisse con l’uomo del peccato della seconda lettera ai Tessalonicesi, demolendo così dall’interno l’argomentazione dei suoi stessi correligionari.
Infine, viene respinta una bizzarra tesi di Lutero basata sul testo di Daniele (potentem speciebus o impudentem facie), secondo cui l’Anticristo avrebbe riempito la Chiesa di cerimonie esteriori e puerili. L’autore definisce questa tesi come un’impudenza senza limiti e una menzogna, chiarendo che la teologia cattolica fa consistere gli atti principali della religione nell’intimo del cuore e nell’azione della grazia, e non nell’esteriorità. L’ostinazione protestante nel mantenere in piedi queste letture forzate della Scrittura viene svelata come una precisa strategia politica: come scriveva Ugo Grozio a Vossio, i capi della Riforma sapevano che tali interpretazioni erano false, ma giudicavano necessario conservarle per mantenere vivo nel popolo l’odio cieco contro la Chiesa cattolica romana, la madre legittima dalla quale si erano dolorosamente separati.
- “Breve risposta
