Giubielo della speranza e fede nel purgatorio

di Giuseppe Lorizio, su Coscienza 3/2024

Il fatto che nella nostra esistenza storica viviamo la compresenza di luci e ombre, di bene e male, di peccato e grazia, viene dalla fede cattolica, nella dottrina del Purgatorio, pensato e ritenuto come condizione anche dell’altra vita, fino al giudizio universale. Così come siamo ora, saremo
allora e il lavoro su noi stessi, che dobbiamo compiere nell’oggi, può continuare nel domani per renderci tutti, ma proprio tutti, redenti e felici.

In questa prospettiva la sofferenza, la solitudine e il dolore non costituiscono per noi un fine. Non è vero che siamo nati per soffrire, ma la sofferenza ci è data perché possiamo recuperare quella libertà che il peccato ci toglie. E dal Purgatorio si può solo andare in Paradiso, quindi si tratta di un luogo di speranza, tanto che la nostra tradizione ci invita a pregare
per le anime “sante” del purgatorio. Essere cattolici significa questo: essere profondamente umani.

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Nell’indagare sulla religiosità serve uno sguardo sociologico

Tratto da Avvenire 12 novembre 2024, prof. Roberto Cipriani

Il dibattito avviato da Luca Diotallevi sul cambiamento della cristianità e ripreso da Giuseppe Lorizio, sebbene intrigante e brillantemente condotto da entrambi gli autori, corre almeno un rischio: quello di rimanere incompleto nella sua impostazione, in quanto paga lo scotto di una limitazione intenzionalmente cercata dai due illustri studiosi, che rinunciano all’apporto della sociologia. Eppure, il primo è cattedratico della medesima disciplina ed il secondo da teologo si avvale spesso del contributo di altri saperi. Insomma, pare di intravedere in proposito una sorta di conventio ad excludendum difficilmente giustificabile. In primo luogo, perché vi è ormai tutta una letteratura consolidata sui rapporti fra teologia e sociologia che hanno in Franz-Xavier Kaufmann (scomparso all’inizio di quest’anno) il mentore principale, quale autore di un testo famoso, tradotto anche in Italia presso la Morcelliana sin dal 1974: Sociologia e teologia: rapporti e conflitti. In secondo luogo, perché la frequentazione reciproca fra le due discipline è ormai un fatto scontato, al punto da essere formalizzato nella pubblicazione di una rivista trimestrale prioritariamente dedicata alle interazioni fra approcci teologici e sociologici: Praktische Theologie. Zeitschrift für Praxis in Kirche, Gesellschaft und Kultur, attiva dal 1966.

Da noi, in Italia, la tradizione è piuttosto circoscritta, ma ha annoverato, nel tempo, una lunga schiera di sacerdoti o ex-sacerdoti che si sono mossi fra teologia e sociologia, sia pure con accentuazioni differenziate. Per di più, l’ambito delle scienze della religione collegate alla sociologia si è ormai esteso sino ad includere le discipline bibliche.

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La speranza di apre a noi attraversando la Porta Santa

Come viviamo nel nostro contesto? È forse il nostro tempo più calamitoso rispetto al passato? La domanda non è oziosa, e non prevede solo di organizzare politiche volte al bene dei cittadini, e non soltanto di mitigare le condizioni del clima, dell’inquinamento, delle risorse energetiche e delle politiche militari. Essa è anche un quesito teologico.

In Lc 18,7-8, con riferimento all’escatologia, dopo che Gesù ha asserito unilateralmente a quanti lo ascoltavano di lasciare ogni dubbio sulla fedeltà di Dio, (non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?), rivolge l’inquietante ma profondo appello alla libertà umana: Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? domanda terribile perché mette in scacco ogni automatismo e merito di salvezza, che si ottiene appunto per fede.

E ancora, un’altra affermazione, più confortante rispetto alla prima, ci riporta ai doni del passato, alla Sua presenza, in carne ed ossa, in mezzo a noi e alla promessa di rimanere con noi sempre. Tale presenza, mediata dallo Spirito, ci dispone a vivere l’attesa del ritorno glorioso del Figlio rendendo ragione della speranza che è in noi (1Pt 3,14). La speranza si apre allora innanzi a noi attraversando la porta Santa, contemplando la figura del figlio di Dio Bambino che si fa carne, e riflettendo che Questi è lo stesso che verrà a giudicarci alla fine dei tempi.

Il monito può trasformarsi finalmente in accorato consiglio: “Non temere!”. È Lui il nato, il morto e il risorto, per noi. Potremo fare fatica a riconoscerlo, potremo vivere il senso di colpa per i nostri peccati e comprendere il male arrecato a noi e agli altri. Ma Lui stesso ci spinge ad uscire dal nostro ego, a credere che è Lui la Speranza, più grande dei nostri limiti e dei nostri no.

La speranza si configura come un’insopprimibile punta di “irrazionalità”, illuminata di fede, anelante di provvidenza, ansiosa dell’eterno, che ci spinge a ricordare e riproporre nell’oggi, tutte quelle volte in cui nella Scrittura, a tanti amici di Dio, è proprio chiesto di “non avere paura” quando avrebbero tutte le ragioni di questa terra per farlo. E allora perché “non avere paura”?

Perché Egli è passato “dentro la storia” fino al suo punto più basso, più nero, più impossibile da comprendere. Fino alla fine, fino a consumare la sua vita personale. Fino al “tutto è compiuto”. Egli ha conosciuto, e nella sua gloria rimane consapevole, di ogni difficoltà di ogni resistenza e di ogni ostacolo. E può parlare con ogni ragione all’uomo perché conosce perfettamente l’essere nel tempo e nella carne, avendo offerto sé stesso come servo di tutti, fin sulla croce. Ma ancor di più: il fondamento della speranza sono i cieli riaperti: dopo essere disceso dal suo trono regale, aver assunto la debolezza umana, attraverserà con noi ogni giorno della storia, fino alla fine della storia “di tutto”, con una presenza misteriosa, per portare al “tutto è compiuto” anche il Regno suo, e con lui i salvati e redenti, coloro che regneranno in eterno con lui.

Che il Giubileo inizi su questa terra, affronti le difficoltà che ci saranno, ma che infine si scateni nei cieli, ove quanto pregustato a fatica sulla terra, sarà lasciato a briglie sciolte nel canto eterno. Un grazie da me e da Don Pino Lorizio a tutti quanti hanno seguito questa rubrica!

L’invito alla pazienza «figlia della speranza»

Roma Sette 1 Dicembre 2024 di Marco Staffolani

La rubrica volge al termine, questo è il penultimo episodio. Si sente il valore del cammino fatto “verso” il Giubileo che, adesso, è alle porte. E tale cammino si incrocia con il nuovo anno liturgico che in questa domenica, nella pericope evangelica, ci interroga sulla connessione tra il tempo presente e i tempi ultimi (Cf. Lc 21,25-28.34-36). Rileggendo la bolla di indizione, di fronte ai ricorrenti segni “cosmici” che nel vangelo atterriscono e disorientano coloro che mancano di fede (cf Lc 21, 26), Papa Francesco sembra esortare ad una virtù tanto antica ma sempre necessaria, declamata nei proverbi popolari con l’espressione “ci vuole la pazienza dei santi”.  Questa non è soltanto necessaria di fronte ad una natura capace di sconvolgere i piani umani ma anche per affrontare le “gioie e i dolori” del tempo che ci siamo costruiti infatti “nell’epoca di internet […] dove lo spazio e il tempo sono soppiantati dal “qui ed ora”, la pazienza non è di casa. Se fossimo ancora capaci di guardare con stupore al creato, potremmo comprendere quanto decisiva sia la pazienza”.

Un appello alla calma, alla interiorizzazione, a trovare un tempo per sé stessi per domandarsi il significato del tempo che scorre. «La pazienza, frutto anch’essa dello Spirito Santo, tiene viva la speranza e la consolida come virtù e stile di vita. Pertanto, impariamo a chiedere spesso la grazia della pazienza, che è figlia della speranza e nello stesso tempo la sostiene» (Bolla di Indizione del Giubileo, n. 4).

Continuando questa lettura parallela tra bolla e del vangelo, si può specificare meglio questa provvidenziale relazione tra la pazienza nel presente e la speranza nel futuro. Non si tratta semplicemente del fare cose adesso in attesa del premio futuro, di un rapporto materiale ed estrinseco di tipo do ut des (tipico del diritto romano), e nemmeno semplicemente dell’essere messi alla prova per “testare” la perseveranza in una condizione presente disagiata e poi per giustizia dare un riposo con una condizione futura agiata. Queste sono letture possibili ma non vanno al cuore del vangelo che cambia profondamente l’umano, direi irreversibilmente, nell’essere in relazione con il Creatore. Sì ha dunque a che fare con le essenze in gioco, cioè libertà e amore.

Il vangelo illumina questa tensione presente-futuro, facendo “collassare” tutto il tempo nell’hic et nunc, in un tempo che è eterno e presente proprio nell’istante in cui viene considerato perché il Creatore, che non aveva bisogno del tempo, ha creato tutto il tempo per l’uomo e, in questo tempo creato, Dio trova tempo, e diremmo anche una “tenda”, per abitare con gli uomini. Qui si raccordano l’attesa del Natale e l’attesa della seconda venuta gloriosa. Si tratta di vivere nell’attesa della novità di Dio, che è, che era, e che viene (Ap 1,8), sempre! Il pellegrinaggio terreno e il compimento di esso con la visione della città eterna (Roma) e metaforicamente il pellegrinaggio della vita e il suo compimento nella città di Dio (la Gerusalemme Celeste) ci ricordano la stretta connessione tra il viaggio e la meta, e che non può gustare l’arrivo colui che non abbia seriamente percorso il viaggio. Così nel viaggio già si conosce, in qualche modo, chi si incontrerà alla meta. Ci affidiamo alla Speranza che è già qui, perché Egli ha detto “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20).

Creativi ed inclusivi per essere accanto ai poveri.

Di Marco Staffolani su Avvenire Roma 7, 17 Novembre 2024.

«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio…» Lc 6,17.20-26

Queste frasi del Vangelo mi hanno sempre messo in difficoltà perché ogni volta che si presentano nella liturgia, sulla bocca di qualche amico, con la presenza di qualcuno povero per davvero, suscitano domande e chiedono risposte concrete, da dare nella vita personale e nel contesto socioculturale che si abita.

L’orizzonte di comprensione delle affermazioni lucane non può che essere paradossale, cioè non si trova nel quieto vivere con le sue regole e comprensioni del mondo, ma nella prospettiva di una “chiesa in uscita”, anche da sé stessa, che si mette in cammino verso l’orizzonte ampio di Dio, che lascia sempre spazio alla libertà dell’uomo.

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Che significa allora andando “verso il Giubileo”, in data 17 Novembre 2024, in cui si celebra l’VIII giornata mondiale per i poveri, questa presenza di coloro che Gesù proclama beati, e che papa Francesco ci ricorda al n. 16 della Spes non confundit?

Nella nostra società del benessere (e delle disuguaglianze) una condizione di povertà, di mancanza, non è di per sé desiderabile, ad esempio nell’interpretazione classica di chi non ha il pane quotidiano, un luogo dove dormire, di disporre di denaro. Il “peccato” sta nel pensare tali povertà come il problema di qualcuno, o come categorie che possono (o peggio devono) essere isolate.

Il vangelo ci sfida a superare ogni divisione umana, e comprendere che la reale condizione dell’uomo è intrinsecamente povera, e questo è voluto da Dio che ci fa esistere come creature, da lui dipendenti. Ognuno di noi, oltre che del pane, ha bisogno di Lui come senso profondo dell’esistenza, e ancor di più per salvarsi dalla chiusura in sé, nei propri egoismi.

Per converso, la vera ricchezza da raggiungere è oltre lo spazio e il tempo, anche se è già possibile attingerne misteriosamente nell’hic et nunc: il regno di Dio, quello in cui dimora la giustizia, è già in mezzo a noi, magari se non lo si vede è proprio nei poveri come germoglio che aspetta per moltiplicarsi.

Ecco allora la scoperta a cui ci porta il Vangelo: la povertà è una condizione che viviamo tutti, è il nostro essere lontani da Dio, che non sappiamo nemmeno misurare, ma che non ci lascia disperati in quanto tale nostra povertà è stata assunta anche dal Figlio, Gesù Cristo.

Proviamo allora a trarne giovamento piuttosto che viverne il lamento. Sappiamo vedere il rimando al “mezzo gaudio” che ci accomuna tutti? La povertà evangelica non crea distinzioni piuttosto invita alla conversione personale e comunitaria, verso Colui che si è identificato nei poveri, e che giudicherà alla fine dei tempi in merito a quanto è stato fatto loro, come se fosse stato fatto a Lui (mt 25,31-46).

In questo quadro della “buona novella” si comprende perché agire a favore di “chi ha di meno”, senza ridurre la povertà ad un problema di etica astratta o di “perbenismo sociale”, pacificando la coscienza con azioni isolate, mosse da circostanze emotive. Papa Francesco ci ricorda di «dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione» (Messaggio per la V giornata mondiale dei poveri 14 novembre 2021, n.6). Che lo Spirito Santo ci faccia essere creativi e inclusivi, per non escludere nessuno, in quanto nessuno è così povero da non poter dare assolutamente nulla agli altri.