
Mons. Giuseppe Lorizio nuovo assistente nazionale Meic, 16 Novembre 2023 https://meic.net/2023/11/16/mons-giuseppe-lorizio-nuovo-assistente-nazionale-meic/

Mons. Giuseppe Lorizio nuovo assistente nazionale Meic, 16 Novembre 2023 https://meic.net/2023/11/16/mons-giuseppe-lorizio-nuovo-assistente-nazionale-meic/

Rubrica Verso il Giubileo. Prof. Giuseppe Lorizio su Roma Sette 12 Novembre 2023.
ll viandante dello spirito è chiamato ad intraprendere un cammino, in compagnia del genio ebraico di Franz Rosenzweig, così come disegnato nel suo capolavoro, che definire un “libro magico” è indicarlo come imprescindibile per la nostra (ebrei e cristiani) cultura, La stella della redenzione. Giunto a destinazione il nostro pellegrino si trova dinanzi a una “porta” che si sta schiudendo e, voltandosi indietro, si accorge di aver effettuato un percorso che dalla morte, con l’angoscia che questa fondamentale umana esperienza induce, attraverso la rivelazione dell’amore (“forte come la morte”) giunge alla vita. E la porta non si sta aprendo per farlo entrare in un tempio o santuario, bensì per condurlo ad uscirne, dopo l’esperienza di conversione che ha vissuto a contatto con la divina misericordia. Una porta in entrata il genio filosofico dell’Occidente l’aveva già indicata attraverso la scritta posta sull’architrave del tempio di Delfi. Il monito «Conosci te stesso!» era lì «a testimonianza di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo desideroso di distinguersi, in mezzo a tutto il creato, qualificandosi come “uomo” appunto in quanto “conoscitore di se stesso”. Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: «chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?”
Continua a leggere “Il Giubileo ci chiama a riconciliarci con la vita”di Andrea Vaccaro su Avvenire Agora 22 Ottobre 2023, in riferimento al libro di ID. e Marco Staffolani, Teleios, o i sette pregiudizi sulla tecnologia, Le Lettere, Firenze 2023.

Se c’è un principio, tra gli assi portanti della Laudato si,’ particolarmente importante per la considerazione della questione tecnica, questo è sicuramente «la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso». Si potrebbe dire addirittura che il mondo è intricato, oltre che connesso, e quando infatti l’Enciclica cerca di dirimerne le dinamiche, si assiste all’emergere di un intreccio che necessita di molta attenzione, sottile e avvincente quasi come un giallo, ove la scena del delitto è sotto gli occhi di tutti ed è il drammatico scempio ambientale. Chi è il vero colpevole di tale devastazione planetaria? Nel terzo capitolo comincia una sorta d’indagine. Il primo responsabile potrebbe apparire proprio la tecnologia nelle sue varie forme: «l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso Dna e altre potenzialità che abbiamo acquisito e ci offrono un tremendo potere».
Continua a leggere “Ma la tecnica sa essere anche fonte di bellezza”
Di Roberto Cutaia, su Avvenire 10 Novembre, in riferimento al libro: Antonio Rosmini
Delle cinque piaghe della santa Chiesa, San Paolo. Pagine 520. Euro 35,00, testo ricostruito nella forma ultima voluta dall’Autore con saggio introduttivo e note di Nunzio Galantino, postfazione di Giuseppe Lorizio (Le piaghe di ieri e/o quelle di oggi).
Ritorna nelle librerie italiane, un classico del pensiero cristiano, l’opera più celebre del beato Antonio Rosmini (1797-1855), Delle cinque piaghe della santa Chiesa. Il testo ora ricostruito nella forma ultima voluta dal Roveretano è introdotto da un saggio del vescovo Nunzio Galantino con la postfazione di Giuseppe Lorizio (Le piaghe di ieri e/o quelle di oggi). «Un classico, sì! Con tutti i vantaggi e gli svantaggi che comporta – spiega Galantino – L’opera di Rosmini è una di quelle spesso citate. Ma, non sempre a proposito. Anzi!». E aggiunge Galantino: «Una sua lettura superficiale difficilmente riesce a farne cogliere lo spirito, che è di amore profondo per la Chiesa. E, proprio perché spinto da questo profondo amore, Rosmini utilizza accorate parole e documentate analisi. Le une e le altre orientate a sanare le “piaghe”, che sfigurano il volto della Madre Chiesa».
Continua a leggere “La costruzione della Chiesa secondo Rosmini. Un’unità di uomini guidati dal Vangelo”Seconda parte della relazione “Testimoni del futuro nel presente della storia” del prof. Lorizio. Questa è situata all’interno del capitolo generale della congregazione Camaldolese dell’ordine di San Benedetto, dal titolo “Presenti nel presente alla presenza; consapevolezza camaldolese di un carisma plurale” – 8 Novembre 2023
Prima parte della relazione “Testimoni del futuro nel presente della storia” del prof. Lorizio. Questa è situata all’interno del capitolo generale della congregazione Camaldolese dell’ordine di San Benedetto, dal titolo “Presenti nel presente alla presenza; consapevolezza camaldolese di un carisma plurale” – 8 Novembre 2023
Anticipazione dell’articolo di Giuseppe Lorizio che uscirà martedì 7 novembre su Luoghi dell’Infinito. (edito su Avvenire di Sabato 4 Novembre)

Il titolo di dottore investe la forma del “sapere credente”, tra dimensione personale e comunitaria
La Chiesa non è identificabile con una istituzione universitaria deputata a conferire titoli accademici, al vertice dei quali si situa il “dottorato”. Eppure, a partire dal 1298, Bonifacio VIII, che due anni dopo avrebbe promulgato il primo giubileo, ha introdotto l’uso di attribuire ad alcuni santi la denominazione di Dottore della Chiesa. Giova allora interrogarsi circa il senso di tale attribuzione. Esso affonda le sue radici nello stesso atto di fede, che implica il coinvolgimento di tutta la persona (volontà, affettività, conoscenza) e quindi possiede una innegabile dimensione intellettiva. Lo sviluppo di tale aspetto nella forma del “sapere credente” è dato dalla teologia. In tal senso, se ogni credente può essere chiamato teologo, nella misura in cui riflette sulla propria fede, ci sono persone dotate di un carisma particolare, che può diventare “ministero”, e che san Paolo denomina “maestri” o “dottori” (il termine greco è didáskalos): «Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?» (1Cor 12, 28-30). Siamo allora di fronte a figure di santità che in epoche e situazioni diverse aiutano ad approfondire la comprensione dei misteri della fede e offrono, soprattutto con i loro scritti, elementi di riflessione a tutti noi. La tipologia di tali personaggi è piuttosto varia. In ogni caso, per quanto rappresentato, il mondo accademico non risulta prevalente nella dinamica della proclamazione dei Dottori della Chiesa e questo perché non si tratta tanto di canonizzare la dimensione propriamente scientifica della teologia, bensì di valorizzarne l’attitudine sapienziale. Tale prospettiva risulta oltremodo evidente se si considerano le quattro figure femminili che portano questo titolo. Pertanto, senza demordere sul versante del rigore e dell’impegno richiesti da una vera e propria scienza, quale appunto la teologia vuole e deve essere, bisogna altresì − e a questo la richiamano i Dottori della Chiesa − che sia capace di trascendere e inverare tale dimensione in un sapere che sappia parlare non solo alla mente, bensì anche al cuore e alla volontà dell’uomo. Se tale necessità di fatto sembra dover caratterizzare ogni settore del sapere scientifico, essa risulta davvero inderogabile e imprescindibile per la scientia fidei. Già a suo tempo il grande Goethe aveva espresso col genio poetico che gli è proprio l’insufficienza delle conoscenze meramente scientifiche: «E le ho studiate − dice Faust −, ah! filosofia, / giurisprudenza e medicina / − e anche, purtroppo, teologia − da capo a fondo, con tutto l’ardore. / Povero pazzo: e ora eccomi qui / che ne so quanto prima». E se la sua provocazione può sembrare lontana dalla nostra situazione, non così, almeno credo, l’irriverente, irritante e irrispettosa parodia del teologo tedesco presente nel testo di Manlio Sgalambro, che il cantautore Franco Battiato ha posto a conclusione del suo album intitolato L’ombrello e la macchina da cucire, dove il professore di teologia viene descritto alla stregua di un chirurgo che col suo bisturi osa sezionare e analizzare l’assoluto, dimenticando l’insieme che solo uno spirito di sapienza può cogliere e percepire.
Queste parodie non ci lasciano indifferenti, e comunque indicano la necessità dell’inclusione della scienza nella sapienza, a condizione che il passaggio non avvenga frettolosamente e non costituisca una sorta di alibi per poter abbassare il livello e la qualità degli studi in nome appunto della loro sublimazione spirituale o addirittura mistica. Il sapere nesciente è comunque un sapere, la dotta ignoranza è comunque dottrina, ne andrebbe dell’autenticità stessa di quella dimensione e formazione spirituale che pur si intende salvaguardare. È all’interno di questa feconda inclusione che va reimpostato il rapporto fra cogenza pratica e valenza speculativa del sapere teologico, in quanto la sapienza denota un sapere orientato alla vita e che non perde di vista il vissuto personale e comunitario di chi lo esercita e di coloro ai quali viene comunicato: «Il filosofo − scrive il pensatore ebreo Franz Rosenzweig − deve essere di più che la filosofia. Noi dicevamo: egli deve essere uomo, carne e sangue. Ma non basta che egli sia soltanto questo. In quanto carne e sangue che egli è, deve pronunciare la preghiera delle creature, la preghiera rivolta al proprio destino, quella appunto in cui inconsapevolmente la creatura si professa creatura. La sapienza, che abita in lui, nella sua carne e nel suo sangue, è Dio che gliel’ha impartita creandolo, come frutto maturo è appesa all’albero della vita. E il teologo deve essere più che la teologia. Noi dicevamo: egli deve essere veritiero, deve amare Dio. E non è sufficiente che lo faccia per sé solo, nella sua cameretta. Come l’amante solitario, che egli è, deve esprimere la preghiera dei figli di Dio, la preghiera della comunità timorata di Dio [che per Rosenzweig è la preghiera di Mosè], nella quale egli si professa consapevolmente membro del suo corpo immortale. La sapienza che abita in lui, nel suo cuore pieno di venerazione, è Dio che l’ha destata in lui con la rivelazione del suo amore; essa, come scintilla accesa di luce eterna, procede ora dalla sua bocca, che è pronta a lodare Dio nelle assemblee liturgiche».
Inoltre, sarà sufficiente apprendere dalla lezione che promana dalle figure di santità cui viene attribuito il titolo di Dottore quanto già Tommaso d’Aquino esprimeva, allorché affermava che la sacra dottrina, la teologia, è un sapere derivato dalla scientia Dei et beatorum e come tale va esercitata nella comunità credente: «E in questo modo la dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati. Come quindi la musica ammette i princìpi che le fornisce la matematica, così la dottrina sacra accetta i princìpi rivelati da Dio» (Summa Theologiae I,1,2c).
L’incontro con i Dottori della Chiesa consente di attuare quell’idea di “sapienza”, di cui la Scrittura stessa è portatrice e alla quale ci richiama con forza il beato Antonio Rosmini, quando scrive che non gli sembra «degna del titolo di Sapienza quella conoscenza che nulla opera sul cuore umano e che, quasi inutile peso, ingombra la mente dell’uomo mortale, senza accrescergli i beni, senza diminuirgli i mali, e senza appagare o consolare almeno di non menzognera speranza i perpetui suoi desideri». Inoltre, l’attenzione alla prospettiva sapienziale di fondo può consentire alla teologia attuale il superamento di quella deprecabile “frammentazione” del sapere, che un’esasperata parcellizzazione delle specializzazioni e delle competenze spesso impone.
Verso il Giubileo, di Giuseppe Lorizio, edito su ROMA SETTE DOMENICA 29 OTTOBRE 2023

Il fatto che nella nostra esistenza storica viviamo la compresenza di luci e ombre, di bene e male, di peccato e grazia, viene dalla fede cattolica, nella dottrina del Purgatorio, pensato e ritenuto come condizione anche dell’altra vita, fino al giudizio universale. Così come siamo ora, saremo allora e il lavoro su noi stessi, che dobbiamo compiere nell’oggi, può continuare nel domani per renderci tutti, ma proprio tutti, redenti e felici. In questa prospettiva la sofferenza, la solitudine e il dolore non costituiscono per noi un fine. Non è vero che siamo nati per soffrire, ma la sofferenza ci è data perché possiamo recuperare quella libertà che il peccato ci toglie. E dal Purgatorio si può solo andare in Paradiso, quindi si tratta di un luogo di speranza, tanto che la nostra tradizione ci invita a pregare per le anime “sante” del purgatorio. Essere cattolici significa questo: essere profondamente umani.
Nel prossimo Giubileo siamo chiamati ad essere “pellegrini di speranza” e possiamo vivere questo impegno, che non può né deve essere ridotto ad uno slogan, nell’esperienza della misericordia, che ci è donata con l’indulgenza. Ma questo percorso non riguarda solo noi, può riguardare anche i nostri fratelli defunti, per i quali siamo chiamati a pregare. Se la loro condizione di redenzione o di dannazione fosse già stabilita, non avrebbe alcun senso pregare per loro, se non quello del farne memoria. La fede cattolica va più in profondità: non solo li ricordiamo, ma condividiamo con loro la misericordia che sperimentiamo, nella “comunione dei santi”, che costituisce e denomina la Chiesa.
E non è corretto sostenere che la nostra fede nella purificazione oltre la morte non abbia alcun fondamento né riscontro nella Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa cattolica è molto chiaro a questo riguardo e ci rimanda proprio alle Scritture Sante, che suggeriscono e attestano anche questo aspetto del nostro credere. «La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti».
La preghiera per i defunti è attestata nella Bibbia, ma è vissuta nella comunità praticamente da sempre. «Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: “Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti: «Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? […] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere» (CCC1032, la citazione è tratta dall’omelia sulla I lettera ai Corinzi di San Giovanni Crisostomo).
Ma anche questo aspetto non marginale della nostra fede, chiede di essere vissuto non con atteggiamento magico, ma nella prospettiva della grazia e della condivisione dei beni spirituali che essa ci porge e che durante il Giubileo vivremo in maniera particolarmente intensa.